Sandro Dell'Agnello si racconta: "Giocatore per causalità. Poi passione infinita"

Alla richiesta di descriversi con una parola, Dell’Agnello ha così risposto: "Credo che una cosa mi accomuni, sia da giocatore che da allenatore, ovvero l'essere competitivo"

Secondo “Monday Night” sulla pagina Facebook della Pallacanestro 2.015 con Sandro Dell’Agnello: questa volta è il rapporto giocatore-allenatore l’argomento principale della diretta. Ecco come entrò nel mondo del basket il coach dell’Unieuro: "Per quando riguarda l'inizio da giocatore, è stata una vicenda più unica che rara, una casualità, perché io da bambino non giocavo a pallacanestro. Avevo altre passioni e nella mia famiglia non si parlava molto di sport".

Il debutto

"A 17 anni però mi sviluppai in altezza, diventando quasi come sono adesso, e una squadra di Promozione che si allenava nel mio Liceo faceva allenamento dopo la mia ora di educazione fisica. Mi videro che ero 1.90 metri abbondante e mi chiesero se volessi iniziare: iniziai quasi per sbaglio, poi divenne una passione infinita. Due anni dopo andai in A2, tre anni dopo in A1 e sei anni dopo ero in Nazionale: una cosa più unica che rara, è stato un bel colpo di fortuna”.

Il momento in cui è giunse l’idea di intraprendere la carriera da allenatore arrivò in un secondo momento: "Ho avuto la fortuna di giocare ad altissimi livelli per 21 anni in Serie A. Nella seconda parte della carriera, dove sono diventato un giocatore esperto, dopo i 30 anni, avevo la presunzione di capire cosa stesse accadendo e magari di capirlo anche due secondi prima e non un secondo dopo, quindi mi è cominciata ad entrare in testa l’idea di portarmi dietro l’esperienza accumulata sul campo. Il problema, o la fortuna, è che io sono stato molto longevo, non ho avuto molti infortuni e ho smesso di giocare a 43 anni, un’età altissima per i canoni normali”.

La caratteristica

Alla richiesta di descriversi con una parola, Dell’Agnello ha così risposto: "Credo che una cosa mi accomuni, sia da giocatore che da allenatore, ovvero l'essere competitivo. Lo sono sempre stato e lo sono tutt’ora. Per cercare di vincere faccio di tutto. Una delle cose per le quali mi posso arrabbiare veramente molto coi miei giocatori è quando qualcuno fa un esercizio prendendolo sottogamba e disinteressandosi del punteggio, perché i miei allenamenti hanno sempre una vittoria in palio, non si fa mai qualcosa tanto per fare”.

Da giocatore ad allenatore

Per un allenatore, essere stato giocatore è certamente un vantaggio secondo l’ex Bergamo: "Per me porta tantissimi vantaggi, anche se ci sono grandissimi allenatori che non hanno giocato come Valerio Bianchini. L’essere stato giocatore ti permette però di capire al volo tantissime cose, soprattutto per quanto riguarda lo spogliatoio e la gestione del gruppo. Per me è un vantaggio enorme: io vedo a volte i miei collaboratori negli anni che si preoccupano di cose irrilevanti e magari poi non vedono la ‘crepettina’ che potrebbe diventare voragine: io la vedo non perché sia bravo o intelligente, ma perché sono stato in uno spogliatoio per 21 anni, partendo da ragazzino che prendeva schiaffi da tutti, arrivando ad essere il leader incontrastato”.

Il rapporto con la società

Nel rapporto con la società, essere giocatore o allenatore è completamente diverso: “L’unica cosa in comune è che si parla di pallacanestro, ma sono due mondi diametralmente opposti e completamente diversi. Quando fai il giocatore pensi ad allenarti bene e a dare il massimo in partita. Invece l’allenatore non gioca, dipende da quello che riesce a trasmettere e soprattutto poi si porta dietro tutto quello che c’è nell’ambito di una società, di una squadra, di uno spogliatoio, al di fuori degli allenamenti e delle partite, perché comunque anche una società come la nostra ha a che fare con almeno 20 persone, lo staff è importante quanto la squadra”.

L'esempio di Ancelotti

Al coach è stato poi chiesto di individuare un allenatore a cui si ispira, ma di un altro sport: “Carlo Ancelotti è il mio opposto. Ha vinto tutto il vincibile, lo ammiro perché in panchina, durante le interviste o quando guida la squadra è sempre tranquillo, sembra uno dei Blues Brothers quando gli crolla il palazzo addosso, si sposta e se ne va: non è successo niente. Ha la mia ammirazione perché sembra per lo meno vivere tutto con così tanto distacco, come se fosse semplicissimo, e allo stesso tempo ha una bacheca di trofei incredibile”.

L'esperienza in azzurro

Sull’avere vestito l’azzurro della Nazionale, il coach ha chiarito: "E’ fantastico, un’emozione grandissima, poi per me che ero arrivato tardi al basket, alla prima convocazione in Nazionale, non ci ho dormito. Avevo 34/35 anni, l’allenatore era Ettore Messina. A quell’età ero in fase di declino, Messina mi chiamò e mi disse: ‘Senti, mi servirebbe uno come te di esperienza, che fa gruppo ecc… Se io ti chiamassi, senza garantirti minuti da poter giocare…?’ La mia risposta fu: ‘Ettore, io vengo anche a portare le borse’. La Nazionale per me è una soddisfazione enorme”.

L'approccio al match

Dell’Agnello elenca poi le differenze tra l’affrontare i match da allenatore e da giocatore: "Sono sostanziali, perché il giocatore sicuramente cerca la sua concentrazione, ma pensa più alla prestazione personale, ed è comprensibile. L’allenatore deve pensare a come gestiranno la partita i giocatori che ha, le situazioni che si verificheranno: io, per la verità, sono un po’ atipico, non entravo in campo due ore prima per poi sentirmi sfinito alla palla a due: arrivavo quando mi chiamava l’allenatore, mi cambiavo cinque minuti di entrare in campo, poi giocavo. Nel pre partita sono sempre abbastanza sereno perché quello che dovevo fare l’ho fatto negli allenamenti settimanali: devo intervenire quando comincia il match, ma prima qualunque pensiero porterebbe ansia, che non serve a niente”.

La gestione del gruppo

La gestione di un gruppo ha una regola di base: "Devi essere credibile come persona e non raccontare mai balle ai giocatori. Il giocatore si infila nei buchi, che poi diventano voragini: se non racconti balle sei già un pezzo avanti. Sentire tante personalità differenti è secondo me la parte più affascinante del mio lavoro, perché essendo una squadra abbiamo degli obiettivi. Ogni giocatore pensa che ci si possa arrivare per una strada diversa. Ecco, la parte affascinante del mio lavoro è mettere tutti sulla stessa strada, fare lo stesso percorso, ma sapendo che non si va tutti alla stessa velocità. Dico sempre che per i giocatori ci sono sempre gli stessi doveri ma non gli stessi diritti. Se ho un giocatore che fa sempre canestro è ovvio che in partita gli farò fare 15/20 tiri. Se ho un giocatore utilissimo alla squadra ma con la mano quadra non può pretendere di fare 15 tiri, questo deve essere ben chiaro”.

L'idolo

L’idolo del coach biancorosso: “Ho sempre avuto come idolo Larry Bird, che era il giocatore totale dei miei tempi, era competitività allo stato estremo. In più era un fuoriclasse assoluto".

Gli avversari

Ce ne sono tanti di avversari di alto livello affrontati da Dell’Agnello durante la carriera da giocatore: "Quando giocavo io si affrontavano stelle di grandezza mondiale. Il campionato italiano era probabilmente secondo dopo l’NBA, c’erano risorse economiche che oggi ci sogniamo. Drazen Petrovic, Toni Kukoc, Bob MacAdoo e Darren Daye, giocatori del mio ruolo che ho affrontato più volte".

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