Forlì ieri e oggi

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Il blasone dei conti Guarini e la bellezza dell’Ebe

C’è tutta la grandezza della nobile famiglia residente per secoli nella dimora rinascimentale di corso Garibaldi, dietro al legame inscindibile della comunità forlivese con la straordinaria scultura di Antonio Canova, conservata al San Domenico.

Il blasone dei conti Guarini e la bellezza dell’Ebe. C’è tutta la grandezza della nobile famiglia residente per secoli nella dimora rinascimentale di corso Garibaldi, dietro al legame inscindibile della comunità forlivese con la straordinaria scultura di Antonio Canova, conservata al San Domenico. Alzi la mano il concittadino che non ha mai ammirato Palazzo Guarini, lo splendido edificio incastonato fra corso Garibaldi e via Torelli in uno dei punti più suggestivi del centro storico.

L’elemento a prima vista più accattivante è il balcone ad angolo, così realizzato, a detta degli esperti, per nascondere l’asimmetria della facciata con il muro perimetrale ad oriente. Il palazzo ha all’interno un bellissimo cortile del Cinquecento, a pianta quadrata, con tre arcate di portico su ciascun lato sormontate da una loggia a colonnine corinzie. Considerata l’alta qualità architettonica, l’opera nell’800 è stata riferita niente di meno che al disegno di Michelangelo Buonarroti. Si fa ben guardare anche la torre colombaia in mattoni a vista, dominante il secondo cortile e la retrostante via Sassi. L’ingresso principale, al civico 94 di corso Garibaldi, è caratterizzato da un bel portale seicentesco, che s’innesta benissimo in una facciata realizzata almeno un secolo prima.

Il nome integrale del palazzo è Torelli Guarini: in effetti, questi ultimi entrarono in possesso, per diritto ereditario, della dimora che fu dei Torelli, famiglia ferrarese giunta a Forlì nel lontano 1244 e di cui si è persa ogni traccia da tempo. Nel 1797, in piena repubblica Cispadana imposta dalle truppe d’occupazione di Napoleone Bonaparte, palazzo Guarini divenne sede dell’Amministrazione centrale dell’Emilia, poi trasferita da Forlì alla più augusta Ravenna. Dei conti Guarini proprietari dell’edificio si hanno notizie sin dal XII secolo. L’origine della famiglia pare però sia bolognese: dalla città felsinea, ove è ricordata già nel 976 in quanto titolare di una delle tante torri che costellavano il centro storico, si allontanò per discordie irreversibili in quanto seguaci della fazione minoritaria dei Lambertazzi. E se un ramo dei Guarini (nome medioevale che potrebbe derivare dall’antico germanico werra, ovvero mischia, attacco) si stabilì a Ferrara, un altro si rifugiò a Forlì nel 1172 con Pietro di Taldo, detto il pacifico, che si imparentò poi con le più nobili famiglie locali.

Nel 1405, ad un conte Guarini di nome Pietro il Senato Forlivese concesse di adottare lo stemma del Comune con l’aquila nera “sveva” in campo dorato, a cui si aggiunsero tre fasce nere alternate a fasce argentee. Un altro Pietro è annoverato fra i XC Pacifici, la prestigiosa magistratura forlivese sorta verso il 1520 per comporre i dissidi interni. Paolo, filosofo, storico, poeta e guerriero, scrisse gli annali di Forlì dal 1375 al 1473. Un ulteriore conte Pietro, scomparso nel 1875, fu ministro nello stato pontificio di Pio IX.

Filippo Guarini, nato a Forlì nel 1839, partecipò come volontario alla seconda guerra d'indipendenza del 1859, combattendo a Palestro, nel reggimento “Regina”. Uomo di straordinaria cultura e sensibilità politica, nel 1866 ottenne l'incarico di direttore degli istituti culturali di Forlì con il titolo di bibliotecario d'onore e di custode della Pinacoteca. Al suo attivo vanta numerosi pubblicazioni di storia e costumi locali, fra cui il cosiddetto Diario forlivese, monumentale cronaca in quindici volumi degli avvenimenti cittadini, corredata di una ricca documentazione, che egli redasse quasi quotidianamente dal 1863 al 1920 e che, al pari delle Memorie storiche delle famiglie forlivesi, si conserva nella Biblioteca comunale di Forlì.

Nel blasone dei Guarini si staglia anche il nome di una donna, la contessa Veronica Zauli Naldi Guarini, cui va il merito di aver commissionato ad Antonio Canova, nel 1816, la statua dell’Ebe, raffigurante la dea della giovinezza, figlia di Zeus ed Era.  Quella oggi conservata al San Domenico di Forlì, è la terza delle quattro versioni create dal grande scultore veneto: l’artista la realizzò per decorare una sala di Palazzo Guarini Torelli.

Non si esclude che, dopo la morte della contessa, avvenuta nel 1837, il capolavoro del Canova possa essere transitato per alcuni anni nelle sale di un altro imponente edificio di corso Garibaldi, palazzo Guarini Matteucci, poi divenuto Foschi, situato ad angolo con via Giorgina Saffi. È invece certo che nel 1887, cinquant'anni dopo la morte della contessa, gli eredi Guarini vendettero l’Ebe all'amministrazione comunale della città. 

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Forlì ieri e oggi

Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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