Forlì ieri e oggi

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Quando sul Palazzo delle Poste issarono un cavallo e un uomo ignudo

Una mattina di primavera del 1933, in piazza Saffi c’è un inconsueto crocchio ciarliero all’altezza del nuovo Palazzo delle Poste. Il grande edificio razionalista, progettato dall’accademico Cesare Bazzani, era stato inaugurato il 28 ottobre dell’anno prima. Di cosa staranno discutendo quelle persone? Il popolino ironizza sul fatto che le aquile volassero più alte dei cavalli

Una mattina di primavera del 1933, in piazza Aurelio Saffi c’è un inconsueto crocchio ciarliero all’altezza del nuovo Palazzo delle Poste. Il grande edificio razionalista, progettato dall’accademico Cesare Bazzani, era stato inaugurato il 28 ottobre dell’anno prima. Di cosa staranno discutendo quelle persone? Del fatto che non c’è più traccia della leggendaria Isola Castellini con il settecentesco Palazzo Pantoli e gli affreschi del Giani? O magari che via Masini, i Palazzi Rolli e Landini e i portici medievali delle case Monti, perle incastonate fra piazza Saffi e corso Mazzini, sono andate tutte perdute in seguito alla decisione di Benito Mussolini di immolare alla causa funzionalista un intero lato del Campo dell’Abate? No, motivo del contendere è che sulle Poste stanno per issare nientemeno che… un cavallo.

Da un camion, la ditta Cavaliere Ettore Benini, appaltatrice della costruzione dell’intero edificio, “scarica un enorme destriero – si legge nelle cronache del tempo - con accanto un nerboruto e sconosciuto cavaliere ignudo che lo tiene per le briglie”. Il gruppo bronzeo raffigurante un cavallo con accanto un messaggero, opera dello scultore carrarese Bernardo Morescalchi, trovò collocazione sul muretto antistante la torretta littoria lato corso Mazzini. L’idea di Bazzani era di mettere una copia gemella anche dirimpetto l’altra torretta, ad esaltare il servizio di gestione e smistamento della corrispondenza svolto nell’edificio sottostante. Nonostante la validità del messaggio artistico, le risate e i giudizi malevoli si sprecavano. Il crocchio di persone si disperse sul far della sera, senza peraltro spegnere le lagnanze, che continuarono nei giorni seguenti. “Il popolino – scrive Gilberto Giorgetti - ironizzava sul fatto che le aquile volassero più alte dei cavalli”: chiaro il riferimento ai rapaci collocati sulle due colonne onorarie innalzate ai lati del Palazzo. Il mal di pancia generato nei forlivesi da quel bronzo “così campato in aria”, non si limitò ai sensali che amavano frequentare il Caffè della Borsa e ai frequentatori della piazza, ma contagiò anche la cosiddetta “intellighenzia”.

Pittori e scultori di fama, come Boifava, Marchini e Casalini, forse perché esclusi da quel grande e ricco progetto che era il nuovo Palazzo delle Poste, “spargevano commenti velenosi sulle caratteristiche dei bronzi”. Persino Mussolini, che tanto aveva perorato la causa del nuovo edificio, passando nottetempo dalla Piazza pare l’abbia criticato, definendolo “un calamaio rovesciato”. La goccia che fece traboccare il vaso è l’irritazione della Curia vescovile: da Palazzo Marchesi, in piazza Dante Alighieri, fecero capire di non apprezzare particolarmente quelle nudità virili, ostentate a così poca distanza dall’abbazia del proto martire. “I parroci si lamentavano, i fedeli più bigotti, passando per la piazza volgevano lo sguardo in altra direzione”. Sarà lo stesso abate di San Mercuriale, mons. Adamo Pasini, a riferire quelle criticità a chi di dovere. Dopo qualche giorno, l’ing. Arnaldo Fuzzi, autorevole professionista e federale provinciale del Partito Fascista dal 1929 al 1931, fu convocato dal Prefetto di Forlì Dino Borri per risolvere il problema, assieme al podestà rag. Mario Fabbri.

Fu rintracciato telefonicamente Bazzani, il quale, poco avvezzo alle critiche, si adirò non poco. Fuzzi sentenziò categorico che cavallo e cavaliere avrebbero dovuto lasciare immediatamente la città. Così fu. Il gruppo bronzeo venne smontato e trasferito a Pescara, assieme alla copia gemella mai montata a Forlì, per essere collocato sul locale Palazzo delle Poste. Di cavallo e cavaliere ignudo non c’è più traccia da tempo. “È probabile – si legge laconicamente su Wikipedia - che le due sculture siano state distrutte dall'industria bellica, come numerose altre opere metalliche di quella città”. 

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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