Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Quello che il Ponte racconta

Passaggio obbligato sul Montone, accesso in Forlì per Schiavonia, ha una lunga storia sopra le sue arcate: tanta acqua è passata sotto di lui.

Agli estremi di Forlì ci sono due ponti. Estremi della via Emilia, s'intende. Ponti che si fanno poco notare perché soffocano sotto un'ingente mole di traffico e perché non hanno pressoché nulla di rilevante da un punto di vista estetico. Eppure entrambi tramandano una lunga storia, essenziale per la città. Si prenda a riferimento il Ponte di Schiavonia. Oggi come oggi a malapena s'intuisce che sia un ponte (come avviene per quello del Ronco, distante sei chilometri) perché tutt'uno col manto stradale, perché cinto da cordoli in calcestruzzo che nascondono la vista del fiume ma proteggono la pista ciclabile e il passaggio pedonale dai veicoli a motore. La sospensione della via Emilia si presenta senza fronzoli, fin troppo sobria, con quattro pali della luce, disadorna, poco scenografica. Meglio cambiare punto di vista, per esempio scendendo lungo lo stradello che, in poco più di tre chilometri di lungofiume, conduce a un altro ponte, quello sul Rabbi, detto Vecchio, prima dell'Ospedale.

Da qui si possono notare le tre robuste campate che reggono il peso di tanto traffico e che s'innalzano su un corso d'acqua capriccioso. Infatti, il Montone è selvatico come un camoscio: in tempi lontani qui s'impaludava e formava delle anse che avevano creato problemi perfino ai precisi ed esperti ingegneri di Roma antica. In tempi recenti è sempre più evidente che d'estate ci sia secchezza (per usare parole dantesche, care a questo fiume) e acqua abbondante e minacciosa nel mese di marzo o nelle prime settimane di primavera. Dopo i temporali estivi, l'acqua talora sembra tingersi di rosso; in assenza di questi, restano tristi pozzanghere cui si abbeverano aironi cenerini. Per ricordare qualche brandello di storia vicina: nel marzo del 2014 gli abitanti delle case a ridosso dell'argine erano attoniti alle finestre, non avevano mai visto il fiume così alto. A luglio del 2017 il fiume era scomparso, a parte qualche pozzanghera limacciosa. Eredità del gran secco: centinaia di pesci morti per asfissia. Pesci di piccole dimensioni (alborelle) che si erano dati appuntamento per morire insieme di ipossia all'ombra delle arcate. Anche nel marzo scorso (2018), nonostante che l'argine fosse stato spianato e sistemato di recente, un'alluvione portò con sé fango e tronchi d'albero. Il fiume in piena, conseguenza dello scioglimento delle nevi, recava acqua veloce che sporcava quasi la cima dei fornici, toccando i sei metri sopra il livello idrometrico. Si è stimato, addirittura, che in un undici giorni sia transitato un volume d'acqua nove volte superiore a quanto contenuto da Ridracoli, cioè 220 milioni di metri cubi liquidi passati un po' sotto Schiavonia, un po' al Ronco. 

Nonostante questi episodi estremi, che si ripetono pressoché ogni anno, il Ponte è una costante nella storia forlivese e, zitto zitto, ha funto da passaggio per papi, condottieri, sovrani, oltre che essere collegamento indispensabile per il commercio e per le esigenze essenziali. Per lungo tempo fu di legno, visti i capricci del Montone di cui sopra, e perché forse non era l'ingresso principale alla città. Un altro ponte, detto Rupte, era in corrispondenza della Torre dei Quadri, cioè passava il fiume collegando via Battuti Verdi a via dei Molini. Di questo non vi è più traccia, a meno che non riaffiorino fondamenta sepolte dalle acque. Nel 1389, davanti a porta Schiavonia, fu costruito in legno di rovere e, come prevedibile, fu fatto e rifatto più volte, anche in pietra. L'opera, dunque, sarà continua, e costituirà un ingente capitolo di spesa per le tasche dei liviensi. Nell'agosto del 1443 fu ricostruito su indicazioni di Mastro Cardellino tuttavia non durò molto: nel 1461 Cecco III Ordelaffi volle un altro ponte (a un solo arco), forse la versione più bella di questo tormentato manufatto, era in pietra cotta e meritò lodi. Nel 1501 fu riedificato ma nel 1514 l'arco rovinò nel fiume a causa della calcina cattiva. Tutto sommato, la struttura resse fino al 13 ottobre del 1557 quando, in seguito a una pioggia incessante, si sgretolò. Nel 1574, il Comune pagò Francesco Menzocchi, anziano e noto pittore cittadino, per aver progettato un nuovo Ponte ma, nonostante la sua arte, non durò. Nel 1609, infatti, si era deliberato sulla necessità di un'altra struttura in laterizio. Il vescovo Bartolelli, nel settembre dell'anno successivo, porrà la prima pietra. I lavori si protrassero fino al 1613 però questa volta l'architetto Cesare Mengoli riuscì a costruire l'opera definitiva. Del resto, il cardinal Legato Bonifacio Caetani ci teneva particolarmente, tanto da affermare: "Io sono stato sul fatto et ho veduto il lavoro, et credo di intendermi qualche poco d'architettura et sotto la mia legatione non voglio che si faccia cosa che non sia ben fatta". Scartato un iniziale e più economico progetto a due arcate per honore, et riputatione della città fu preferito (dai forlivesi) un disegno convincente e duraturo (ma caro). La struttura con tre archi a leggera schiena d'asino, infatti, non crollò; fu demolita su istanza del Comune nel 1921 (era ormai chiaro che l'era automobile fosse incontrovertibile). In alcune fotografie, l'elegante manufatto è affiancato da un curioso passaggio di legno mentre sotto si vedono le lavandaie prendersi cura della biancheria di casa. Furono così demolite le vecchie arcate in muratura, sostituite da altre a sesto ribassato e calcestruzzo su disegno di Sesto Baccarini. 

Fu quindi edificato un ponte del tutto simile a quello attuale, ma più aggraziato (nell'immagine): con un parapetto elegantemente traforato e due lampioni centrali con delicatezze floreali. Il secondo conflitto mondiale non poteva risparmiare il manufatto: fu fatto saltare dai tedeschi alle 3 del mattino del 9 novembre 1944. Fu sostituito temporaneamente da un ponte militare a struttura metallica, fino a quando sarà ricostruito dai genieri dell'VIII Armata britannica poggiando i piloni sui basamenti originali. Pure oggi è ben visibile una lastra di marmo di allora, collocata sulla spalletta nella parte che, dalla città, guarda il monte, recante simbolo dell'Armata e la scritta Royal Engineers / Eighth Army / 1945. Sul lato opposto si nota invece un'analoga targa con lo stemma della città. Nel 1952 il Ponte fu decisamente ampliato fino alle ultime modifiche, secondo le mutate esigenze di traffico, approvate nel 1982. 

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