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Domenica, 25 Febbraio 2024
Il Foro di Livio

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A cura di Umberto Pasqui

Versari: un medico a processo

Un medico di Forlì alle prese con un grosso pasticcio internazionale: rosolia o bronchite per il giovane Napoleone?

Qualcuno sa che a Forlì, più o meno all'altezza della chiesa del Suffragio, trovò la morte un giovane rampollo Bonaparte: Napoleone Luigi. Pochi, però, conoscono il nome di chi ebbe in sorte la cura delle ultime ore del principe francese. Ecco, in tempi in cui i medici sono carichi di lavoro e mentre la malattia si diverte a saltellare qua e là tra anche tra i forlivesi, si può pensare a rispolverare il nome di Camillo Versari, figura illustre che all'inizio della carriera si scontrò contro una cantonata, infilandosi in un grosso pasticcio internazionale che avrebbe avuto eco in tutta Europa. Fu vera infamia?

La famiglia forlivese Baratti aveva invitato due giovani fratelli, figli del Re d'Olanda Luigi Bonaparte e di Ortensia Beauhornais. I due ragazzi, infatti, avevano preso parte attivamente ai moti patriottici (siamo sempre nei famosi “moti del '30 e del '31”): uno si chiamava Napoleone Luigi, appunto, e l'altro Carlo Luigi. Quest'ultimo, più avanti, preferirà farsi chiamare Napoleone III. Ebbene, il 9 marzo del 1831, giunsero trafelati i due fratelli: uno dei due, il maggiore, Napoleone Luigi, si era esposto con troppa baldanza giovanile all'aria di Faenza e, già sudato, ne conseguì un importante raffreddamento. Furono così prontamente ospitati dai Baratti. Sembrava, però, un semplice raffreddore, tanto che il principe, benché scandendo i suoi lanci con colpi di tosse, giocava a bocce nel Borgo Schiavonia. L'11 marzo si manifestò un'infiammazione bronchiale, con febbre alta e tosse. Entrò così nella storia un altrettanto giovane professionista forlivese: Camillo Versari di anni 29. La mattina del 13 era davanti al letto del malato di anni 27.

Nel suo taccuino annotò: febbre, sete inestinguibile, tosse con senso di bruciore alla trachea. Insomma, sintomi da influenza. Il medico gli prescrisse un blando purgante, ma il napoleoncino rifiutava, allora gli somministrò pozioni tiepide di decotto d'orzo, con nitro e sciroppo di gomma e di corteccia d'arancio. Era appena scoppiato un focolaio di morbillo e il dottor Versari indagò i sintomi nel giovane paziente, senza trovarne, non scovò nemmeno possibili “contatti”. Confermava così la sua diagnosi: bronchite catarrale. Ecco, quindi, la cura: un salasso di dieci once, sedici pillole di kermes minerale di mezzo grano ognuna, rimpastate con sambuco, da prendersi ogni due ore. E sciroppo di altea e di viola, con un'oncia di papavero bianco che il malato non consumò perché disgustoso. Questi rimedi, però, non bastavano: il giorno 14 la tosse aumentò come crescevano i dolori diffusi al petto e le vampate di calore, pertanto Versari applicò 14 sanguisughe al torace prescrivendo altresì un “pediluvio senapato”.

All'occhio clinico del medico, però, balzò il morbillo: stava sbagliando tutto? Dopo altri salassi, comparvero macchie a grappoli di rosolia, di un rosso vivace, su tutto il corpo a parte il volto. Per calmare il malato si porse il laudano, ma la febbre s'alzava e arrivarono pure i vaneggiamenti. Fotofobia, agitazione, e quindi altro laudano, cioè oppio macerato nell'alcol.

La situazione pareva fuori controllo, tanto che venne richiesto il consulto di un altro medico: Girolamo Versari, padre di Camillo. Da qui la situazione precipitò velocemente: convulsioni, occhi ruotati, polsi irregolari, delirio intenso. “Ci vuole il liquore dell'Hoffmann” (etere etilico) dirà un altro medico accorso, il chirurgo Pantoli. Fu tutto inutile, perfino l'applicazione di “fomenti senapati e vescicanti con cantaride”: alle tre del pomeriggio del 17 marzo 1831 subentrò la morte.

I cinque giorni di cura di Camillo Versari furono oggetto di critiche spietate a livello internazionale. Il medico forlivese, scrivendo al padre del paziente morto, ricordò forse dimenticandosi il tatto che Napoleone Luigi era troppo indisciplinato come malato, pertanto se è morto è anche colpa del ragazzo. In una lettera successiva ammise – fino a un certo punto - l'errore: “Imperocché io bene confessai con la mia consueta schiettezza ed ingenuità di essermi nel presagire ingannato; ma parmi a buon diritto dichiarare e sostenere non errata la diagnosi né la cura”. Vero è che l'autopsia disse che la rosolia era stata curata come una bronchite. Nonostante questa tragica disavventura, la carriera di Camillo Versari sarà poi piena di successi; fu, per esempio, professore di patologia generale all'Università di Bologna dal 1854 al 1878. In un librettino del 1939, “La morte del principe Napoleone Luigi Buonaparte a Forlì e il suo medico dott. Camillo Versari”, il professor Francesco Giugni ripercorre questa vicenda e assolve il medico romagnolo perché, in fin dei conti, non poteva “sgavagnarsela”. Infatti, così si legge: “Volendo dare oggi un giudizio sereno ed obbiettivo di questo episodio, che per le circostanze in cui si svolse e per le personalità coinvolte, ebbe una notevole ripercussione storica, si può concludere che quello dato agli storiografi deve essere corretto, non rispondendo assolutamente a verità l'accusa che il principe Napoleone Luigi Buonaparte fosse mal curato, e tanto meno che la sua morte fosse dovuta all'insufficienza e agli errori della cura prestatagli dal dott. Versari. Quel nipote del grande Corso, che aveva aderito alla causa del risorgimento italiano, fu colpito da una forma di morbillo a decorso anomalo e fatalmente gravissimo, che la scienza medica non poteva debellare”.

Per i misteri dell'odonomastica forlivese, esiste via Luigi Napoleone Bonaparte mentre sarebbe più corretto “Napoleone Luigi”, fermo restando che se poi si abbrevia in “via Bonaparte” viene subito in mente l'esponente più noto obliterando il rampollo quasi trentenne. E “via Napoleone” produce il medesimo effetto. Ciò, però, dipende dalla scarsa fantasia nei nomi che evidentemente si respirava nell'augusta famiglia proveniente dalla Corsica.
 

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