La domenica del villaggio

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

La Romagna dovrebbe fare sistema contro il clima impazzito

Quei ragazzi sono battezzati a destra come menagrami, a sinistra come rompiballe che cercano visibilità, per di più non facilmente  inscatolabili politicamente come è avvenuto con le “Sardine”

Ieri sono stato a prendere caffè e giornali a Santa Sofia, a due passi dalla Foresta Casentinese, Patrimonio dell’umanità per Unesco. Intanto: in qualsiasi giorno della settimana, particolarmente sabato e domenica, c’è molta più gente seduta nei bar della piazza di Santa Sofia di quanta ve ne sia in Piazza Saffi a Forlì. Non è, la mia, forzatura dialettica, ma banale constatazione numerica che la dice lunga sulla triste vocazione centrifuga delle nostre città, a Forlì e altrove. 

Poi. Il bar ove m’appoggio si chiama Haller. Haller? Si. Haller era fuoriclasse tedesco nel Bologna dello scudetto del 1964 del quale un barista santasofiese era sportivamente innamorato. Suo figlio,  gestore assieme alla sorella Roberta, si chiama Haller come il bar. Era, quella degli anni sessanta, la Romagna che stava costruendo il proprio miracolo economico-sociale per diventare, come diventò, uno dei distretti più ricchi e felici al mondo. Il premio Nobel per l’economia Erich Maskin ce lo ricordò in conferenze e articoli nel non lontano 2017.

Quel sentimento di vicinanza a Bologna, la città dei medici, dei meravigliosi negozi, della borghesia industriale e del Pci operaista, costituiva riferimento per la Romagna; non solo per il calcio o per Alma Mater, ma anche come simbolo ed esempio. Abbiamo poi, tutti insieme, tutti d’accordo, voluto emanciparci da Bologna, ed era giusto farlo. E Bologna, chiariamolo, non s’è giovata  di quel distacco, tutt’altro.

Pensando ad Haller, e alla squadra Rossoblu che per tanti romagnoli costituiva orgoglioso richiamo, ho pensato alle parole di un romagnolo di grande intelligenza ed eccezionale successo imprenditoriale che ho intervistato lunedì scorso (l’intervista sarà pubblicata qui domenica prossima). Mi ha detto, tra l’altro: “Dobbiamo riconoscerlo, siamo una terra rimasta senza la propria capitale di riferimento, Bologna, che non ha trovato una vera intesa su un capoluogo, una strategia comune, un modo di fare univoco. Quel che si doveva fare non si è fatto”.

E’ così. Parliamo da un trentennio di un sistema Romagna che non si è mai realizzato, al di là di qualche sporadica intesa tra i sindaci della quattro città, accentuatasi in era Covid. Non si è vista, in un trentennio, una sola grande opera pubblica strategica tra le tante che servirebbero. La costa continua a fare la costa, le città continuano a fare le città, la collina, anello debole della catena, continua a fare, sempre più faticosamente, la collina. Mentre una coesione virtuosa tra mare, città e montagna costituirebbe un brand formidabile, impossibile da mettere a punto in altri luoghi.

Non pare, al momento, che abbiamo imparato molto neppure dalla severissima lezione che ci ha impartito il clima impazzito. I cronisti di queste ore raccontano che l’alluvione in Veneto è stata contenuta, che città importanti non sono state sommerse, grazie alle grandi vasche di laminazione predisposte negli anni. Quelle che non avevamo a sufficienza lo scorso Maggio per salvare Cesena, Forlì, Faenza. Non so, sinceramente non so, se e cosa stiamo facendo per realizzarle.

Non so neppure se abbiamo ragione, sul clima, i ragazzi che da anni ci raccomandano di stare attenti, di cambiare visione, strategia e prospettive.  Diciamolo: quei ragazzi sono battezzati a destra come menagrami, a sinistra come rompiballe che cercano visibilità, per di più non facilmente  inscatolabili politicamente come è avvenuto con le “Sardine”. Al di là delle frase inclusive di circostanza, ai politici le idee di quei ragazzi non piacciono. Anche perché distraggono l’opinione pubblica da temi esiziali per il futuro dell’umanità come le elezioni  del 2024: le comunali, le regionali, le europee.

C’è dunque da sperare che quei ragazzi siano solo velleitari profeti di sventura, che il clima non sia in procinto di presentarci il conto. Ma, osservando cielo e temperature, ci viene da temere che non sia così.

Buona domenica, alla prossima.

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