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Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

L’invidia e la virtù

Rinieri da Calboli, antico forlivese citato da Dante nel Purgatorio: fu davvero l’ultimo cavaliere dei “bei tempi andati”?

Quando Dante, in Purgatorio, ebbe a che fare con gli invidiosi, si trovò davanti un personaggio forlivese: Rinieri da Calboli. Egli – così fu presentato – ha fatto onore al suo casato, a differenza dei suoi discendenti, è “’l pregio e l’onore de la casa da Calboli”, infatti. Le generazioni successive avrebbero dato alla Romagna famiglie con poco sale in zucca o addirittura empie. Già, la Romagna agli occhi del Sommo poeta è ormai piena di “venenosi sterpi”, tanto da essere impossibile ormai estirparli. In questo canto, Dante trattiene a malapena il pianto quando gli ritornano alla mente i grandi nomi romagnoli di un tempo, famiglie di cavalieri idealizzati tanto da augurarsi che Bertinoro scompaia perché da quelle parti ormai non c’è più nulla di buono. Castrocaro, nel frattempo, si ostina a generare uomini corrotti perché la migliore generazione non esiste più: “Oh Romagnuoli tornati in bastardi!”. 

Ma in cosa è consistito il “valore” che Dante attribuisce a Rinieri? Chi era costui? Il suo curriculum registra alti incarichi in varie città vicine, e pure a Parma o Modena. Nato negli anni Venti del Duecento nella famiglia originaria del castello di Calboli, si affermò ben presto come uno dei campioni dei guelfi, un po’ come poi sarebbe accaduto al nipote Fulcieri. Se il suo successo, però, era più legato all’altrove, nella sua città si registrarono più sconfitte che vittorie. Inutile opporsi, nel suo periodo di maggior gloria, a Guido da Montefeltro cui fu sempre secondo. Rinieri l’invidioso, il grande campione dei ghibellini l’invidiato. Tentò di recuperare Forlì con un ampio dispiegamento di forze nel 1277: non riuscì la congiura e la spedizione di mille cavalieri al suo comando s’infranse a Civitella nel novembre di quell’anno. Eppure con Rinieri combattevano nomi di grido per quel tempo, gli stessi rimpianti da Dante: Guido Salvatico, Lizio da Valbona e altri. Occuparono vari castelli dell’appennino forlivese ma non il capoluogo e, qualche mese dopo la disfatta di Civitella, il castello di Calboli fu raso al suolo. 

Piano piano, Rinieri riacquisì potere, di norma lontano da Forlì sempre tenuta saldamente dai ghibellini. Un estremo suo episodio si registra tra il 1295 e il 1296 quando tentò un’ultima volta di far sua Forlì. Dopo aver fatto testamento a Rocca San Casciano (rimasto vedovo, si era risposato con una Adelasia e aveva un figlio chiamato Nicoluccio), entrò in Città con i suoi familiari: Fulcieri, Giovanni e Francesco accompagnati da “riminesi, cervise e ravignani” per dirla con la lingua di Leone Cobelli. La compagnia armata si fece strada “occidendo qualunca trovavano e bategliando” e sotto San Mercuriale caddero pure Teodorico e Giovanni Ordelaffi, oltre a Giovanni Orgogliosi. L’azione, però, tenne scoperte le sue colline che ormai erano assediate dai ghibellini. Dunque Rinieri e i suoi tornarono velocemente da dove eran venuti affrontando i nemici con un eroismo che agli occhi dei contemporanei parve eroico, tanto che la sua fama non poteva passare inosservata al vaglio di Dante. Nel corso dell’ultima battaglia morì consegnandosi al mito. 

Nonostante le sue sconfitte, nonostante le sue efferatezze, Dante avrà uno sguardo benevolo nei confronti del Calboli, idealizzando in lui una Romagna dei bei tempi andati, immersa nel lustro di grandi uomini del passato. Certo, aveva avuto parole terribili per la sua Toscana, ma anche per l’altro versante dell’Appennino voleranno strali misurati in terzine. Rinieri, quindi, diventa l’esempio del “forlivese di una volta”, di una società dove liberalità, cortesia - valori più letterari che storici – ispireranno poi pure Ariosto.  Che fine hanno fatto questi grandi romagnoli? Nel frattempo, a detta di Dante, stanno aspettando nel Purgatorio. 


 

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