Venerdì, 17 Settembre 2021
Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Palio a Forlì: ecco perché sì

Il 30 aprile, per secoli, si correva il Palio in piazza Saffi. Una tradizione da riscoprire per rinvigorire una città che ha bisogno di ricordare la sua storia

Piazza Saffi è enorme, e chi si trova a Forlì per la prima volta ne rimane suggestionato. Ne consegue che la città sonnacchiosa per eccellenza a volte la veda come un cruccio: che ci si fa con tutto questo spazio? Pochi giorni fa è stata sede di concerti e si è riempita, finalmente la Pensilona a breve toglierà il disturbo.Potrebbe, almeno per un giorno, tornare ad essere una specie di ippodromo, un po’ come piazza del Campo a Siena? Oppure sede di un torneo che avrebbe almeno mille anni di storia, ricreando una tradizione secondo attente indicazioni storiche?


Il fenomeno “Palio” è stato oggetto di un recente incontro in occasione della Giostra di Cesena. Il “Foro di Livio” è stato invitato in rappresentanza di Forlì e le città romagnole si sono raccontate con il desiderio di uscire da stereotipi caciaroni e balneari per inoltrarsi nelle tradizioni di secoli duri ma ricchi di storie. Inutile dire che le città vicine su questo argomento sono più avanti, ovvero l’hanno preso sul serio con tutti i benefici connessi. Forlì resta in attesa, come spesso capita. Eppure avrebbe molti titoli da spendere, in questo campo, o sul Campo dell’Abate. Aspettando di poter giocare la carta “Rocca di Ravaldino” (magari, già che si è lì, truccando o eliminando l’ingombrante e bruttino “torrione” del Dopoguerra), non costa nulla fantasticare su quello che “potrebbe essere”. Sperando che chi ha a cuore il Cittadone abbia la premura di progettare anche cose in grande con attinenza identitaria. 


L’aggancio storico non sarebbe finzione: fin dall’alto medioevo si menziona una data – il 30 aprile – specie di capodanno forlivese. È il giorno in cui si rinnovano le magistrature della città, in particolar modo i gonfalonieri. Le quattro antiche contrade (San Mercuriale, San Pietro, San Biagio e Santa Croce), infatti, devono – in questo giorno – nominare il loro rappresentante, il gonfaloniere, appunto. L’incarico è annuale e la scelta è sottoposta a una dura selezione: i candidati devono correre sulla Scala Grande del Palazzo, il primo che avrà agguantato il gonfalone diverrà capo di quella contrada. Il giorno dopo, i vincitori dovranno offrire cose mangerecce alle rispettive contrade. Una precisazione è dovuta: lo scalone di cui si tratta è una struttura che nei vari rimaneggiamenti il Palazzo Comunale ha perduto. S’immagini l’omologo di Ferrara, una bella gradinata che dà sull’esterno, sulla grande piazza. I candidati, però, dovevano essere piuttosto agili; le cronache ci consegnano, per esempio, il nome del povero Bernardino Maldenti. Costui, uomo non più in età per dette strapazzate, rovinò nell’impeto della salita rompendosi una gamba. Questa durissima selezione prosegue nel tempo, attenuandosi nelle sue forme più crude, ma contestualmente è affiancata dalla festa di popolo di un vero e proprio Palio. Già, perché il 30 era la festa di San Mercuriale, all’ombra del quale si estende il Campo dell’Abate, la grande piazza di Forlì. In essa, i più attenti alla storia popolare dell’urbe ricorderanno che vi è il “Trebbo di Mozzapé” (il cantone tra il Suffragio, la Camera di Commercio e la “Borsa”), nonché il “Ponte dei Cavalieri” (che giace sotto l’inizio di via delle Torri, tra il Municipio e il Palazzo degli Uffici Statali). Flebili riminiscenze dell’antico Palio di San Mercuriale? Chissà. Il “Mozzapé” si riferisce a incidenti ad arti inferiori di cavalli concitati che da Porta Cotogni sterzavano verso il Campo dell’Abate in quel punto? Spiace non dare una risposta certa in quanto Forlì non è Siena e ha perduto già da secoli contrade, palio e tradizione connessa. Arduo è anche dare una “forma” a questa manifestazione: coinvolgeva cavalli e cavalieri, certo, in alcuni casi è più che altro una pomposa sfilata, in altri è una vera e propria competizione. In certi anni i cavalieri scendono da cavallo e proseguono di corsa fino ad agguantare il tanto agognato drappo ricamato chiamato palio. La gara prendeva inizio o da Porta Cotogni o addirittura dal Ronco, di sicuro percorreva l’attuale corso della Repubblica, la “Strada Petrosa” selciata per l’occasione. La città diventa sempre più grande e le contrade si trasformano, mutano, si assestano più tardi in nomi più noti: Cotogni, San Pietro, Ravaldino, Schiavonia. È proprio in occasione delle giornate del Palio di San Mercuriale del 1282 che i forlivesi “fecero dei franceschi sanguinoso mucchio”, com’ebbe a dire Dante nel canto XXVII dell’Inferno, mescolando una ricorrenza molto partecipata al riscatto della città dagli assedianti. Negli anni successivi, si ripeterà il Palio per ricordare i fasti del Calendimaggio del 1282, anche in tempi recenti, senza troppo successo, si è ripetuto il cosiddetto Palio del Sanguinoso Mucchio. Si ha notizie di questo evento anche nel Seicento (“Il Foro di Livio” ne ha scritto diffusamente in “Ipotesi per un Palio a Forlì” nel 2017), con le caratteristiche macchine barocche e armature sfavillanti e suggestive. Altre manifestazioni simili sono legate a questo o a quel Signore, giostre, tornei, giochi nella pubblica piazza, corse di cavalli. Insomma, da qui al 30 aprile 2022 c’è tempo per pensare a qualcosa.


Saltando qua e là nel tempo e commettendo indecorose omissioni, si può qui citare un episodio particolarmente dettagliato, raccontato da Sergio Spada nel suo “Dismarie” e desunto dalle cronache di Andrea Bernardi detto Novacula. Quando Girolamo Riario prese possesso della ruvida città di Forlì dovette far conto, appunto, della ruvida città di Forlì. Ruvida perché gli antenati erano piuttosto insofferenti delle ingerenze esterne: e chi era questo ligure raccomandato e parente del Papa che prende il posto degli Ordelaffi? E chi è lei, quella ragazzina sua moglie che risponde al nome di Caterina Sforza? Dopo la morte frettolosa di Pino III e l’esclusione degli Ordelaffi dalla successione, i forlivesi seppero comunque vincere eccessive diffidenze e il 15 luglio 1481 inizierà, da queste parti, la signoria Riario-Sforza. La comunità si dimostra generosa e allestisce un carro trionfale tra ghirlande e cornucopie, e si vedeva un equilibrista su trampoli alti dieci piedi, e si vedeva una gigantesca giraffa (!). Ma non bastava: e allora ecco fluire nel Campo dell’Abate un esercito di carpentieri e falegnami per costruire un vero e proprio castello di legno d’abete, innalzato al centro della grande piazza, nei pressi della Crocetta. Si fecero feste, mangiate, danze e canti. Solo “panem”, no: ed ecco i “circenses”. Girolamo Riario, nei giorni successivi, volle usare quel castello di legno per un grande gioco. Dieci soldati furono collocati in ciascuno dei quattro torrioni, con forconi di legno e mattoni. Attorno al castello, duecento mercenari armati di lance spuntate. Scopo del gioco? Raggiungere la sommità del torrione più alto, là dove garriva lo stendardo. Il vincitore avrebbe meritato cinque braccia di velluto e quattro ducati d’oro, il secondo, invece, una giubba e un paio di calze. I forlivesi erano esaltati da tanto spettacolo, e urlavano, e incitavano alla sfida in un crescendo di furore collettivo. Tra attacco e difesa non c’erano molte regole, e il tutto durò mezz’ora. Non ci furono feriti gravi, però il vincitore, Mastro Francesco da Caravaggio, fu colpito in volto e perse un occhio. L’attento Novacula, osservò: “A me mi parse che lui avese fato molte cativo canbio a dare un ochie per tale precio”. 
 

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