Venerdì, 17 Settembre 2021
La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

Perchè Secondo Casadei, lo “Strauss di Romagna”, è vivo e lotta assieme a noi

Le sue composizioni, il suo modo caratteristico e innovativo di fare spettacolo, hanno lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo e nella socialità dei romagnoli

Secondo e Raoul Casadei assieme alla cantante Palma Calderoni, 1 maggio 1971 (Archivio della famiglia)

Ricorrono nel 2021 i cinquant’anni dalla scomparsa di Secondo Casadei, il musicista originario di Sant’Angelo di Gatteo che godette di un successo che travalicò i confini nazionale e di non poche definizioni suggestive, dallo “Strauss di Romagna” al “Re del liscio”. Le sue composizioni, il suo modo caratteristico e innovativo di fare spettacolo, hanno lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo e nella socialità dei romagnoli. Credo di conoscere discretamente la figura di Casadei: me ne sono più volte occupato e, negli ultimi mesi, ho scritto un libro a lui dedicato, “L’uomo che fece i romagnoli”, usufruendo della preziosa collaborazione di sua figlia, Riccarda Casadei, e delle sue nipoti Letizia Valletta e Lisa Valletta.

Il libro, ovviamente, ripercorre le tappe della straordinaria carriera del Maestro ma non è di essa che intendo parlarvi all’interno di questa rubrica domenicale. Vorrei invece rappresentarvi in che modo l’attività di Casadei incise sul modo d’essere della nostra terra e quanto i tratti caratteriali del violinista, che esordì diciassettenne con l’orchestra di Emilio Brighi a Villafranca di Forlì nel 1924, sintetizzino ancor oggi le migliori virtù dei romagnoli e la loro concezione del vivere. Secondo era uomo buono, di sentimenti sinceri e rispettosi del prossimo. Non c’è memoria di un solo episodio imbarazzante nella sua carriera, terminata nel 1971, con l’ultimo concerto tenuto in Piazza Saffi a Forlì, davanti a una folla che non è retorico definire oceanica, pochi mesi prima dell’ultimo viaggio.  Fu il primo musicista, negli anni Cinquanta, a volere una donna come voce solista dell’orchestra: la faentina Arte Tamburini, icona di stile e voce di velluto, lo ripagò con entusiasmo e severo impegno professionale e diventò punto di riferimento per le tante interpreti che, sul suo esempio, poterono costruire solide carriere. Casadei fu anche il primo, un decennio dopo, a chiamare in orchestra un cantante di colore, Tes Gabrè, che divenne beniamino del pubblico interpretando, con il suo accento internazionale, successi in dialetto romagnolo come, tra gli altri, la conosciutissima “Un bes in bicicleta”, composta da Casadei nei lontani anni Venti. 

Anche all’apice del successo (“Romagna mia”, composta nel 1954, fu eseguita ovunque e a lungo risultò a lungo una delle cinque canzoni italiani più suonata all’estero e tra le cinque, per capirci, c’erano “O sole mio” e “Volare” di Domenico Modugno), Casadei non perse i connotati di umiltà e semplicità che lo caratterizzavano. Si preoccupava costantemente di salutare con una stretta di mano chiunque l’incontrasse, mai dimenticando il gesto di togliersi il cappello di fronte a donne e uomini, a qualsiasi ceto sociale appartenessero. Di origini sociali modeste, il padre era un sarto che si recava di casa in casa a proporre il proprio lavoro, Secondo non dimenticò mai la fatica del lavoro: quello dei suoi collaboratori e di ogni musicista era per lui degno di rispetto. Anche per questo fu molto amato da colleghi e collaboratori. Lui non dimenticò mai neppure coloro che, appresa l’arte all’interno della sua orchestra, dettero vita autonomamente a compagini di successo, come capitò a Carlo Baiardi e Ivano Nicolucci, solo per far due nomi. A loro Casadei rimase costantemente legato, talvolta dispiaciuto per quei distacchi ma sempre prodigo di consigli e ben disposto alle tante occasioni d’incontro. 

Con generosità Secondo incoraggiò il nipote Raoul, figlio dell’amato fratello Dino, che aveva lasciato la musica da ragazzo per il mestiere di barbiere rimanendo però il più fidato consigliere, a dedicarsi alla musica. Raoul ripagò lo zio con grande affetto ed impegno per un decennio, rilanciando poi l’orchestra e il genere musicale con ulteriori innovazioni quando, a sessantacinque anni, Secondo scomparve. Dei romagnoli, che andavano in quel periodo trasformando un popolo di contadini e pescatori in albergatori e ristoratori, dando vita al modello turistico più efficace al mondo, Secondo aveva la curiosità e lo spirito organizzativo. Fin dagli anni Venti aveva rivoluzionato la musica folk romagnola, inserendo in orchestra strumenti come il banjo o la batteria, tipici del jazz americano e del tutto estranei alla tradizione, e innovato le modalità dello spettacolo, dando vita alla tradizione della orchestra stabile, non messa insieme di volta in volta, e approntando strategie di marketing mai praticate in precedenza. E aveva letteralmente inventato la canzone in dialetto romagnolo: prima di lui s’ascoltava esclusivamente musica “suonata”, oppure s’eseguivano “cante” collettive, d’indirizzo giocoso o sociale.

Seppe anche tenacemente superare la freddezza del pubblico, nel secondo dopo guerra. La figlia Riccarda lo ricorda rincasare in lacrime da serate nelle quali la sua musica era stata sonoramente fischiata dai giovani che pretendevano l’esecuzione dei nuovi ritmi americani introdotti in Italia dalle truppe alleate. Oggi gli studiosi sostengono che senza l’ostinazione di Casadei la tradizione musicale romagnola sarebbe, in quegli anni, scomparsa e forse mai più riscoperta. Secondo seppe anche vincere l’ostracismo della Rai nei confronti della musica romagnola, considerata dai dirigenti del tempo di genere minore. Non tutti sanno che “Romagna mia” non fu promossa dalla emittente di Stato ma dalla rete dei juke box e da Radio Capodistria, con cui Secondo aveva stretto fruttuose collaborazioni.

Ma certamente il merito più grande del Maestro di Gatteo fu quello di consentire ai romagnoli, di mare, città e montagna, di riconoscersi nelle strofe, nelle atmosfere, nei ritmi delle sue composizioni. Probabilmente nessuno quanto Secondo Casadei, negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, incise, senza forse neppure volerlo o saperlo, sulla identità culturale dei ceti popolari romagnoli. Quella canzone “Romagna mia”, divenne una sorta di manifesto dell’essere romagnoli da parte di un popolo che, solo allora “avvicinato”, grazie ai nuovi mezzi di trasporto individuali, aveva vissuto fino a quel momento Modigliana, Gabicce o San Pietro in Vincoli come luoghi lontani uno dall’altro, fisicamente e culturalmente. 

A cinquant’anni dalla morte Secondo Casadei e la sua musica non hanno smesso di influenzare il tempo libero e la quotidianità dei romagnoli, qualsiasi tributo rivolto alla sua figura è meritato. Diverse comunità stanno lavorando per rendergli omaggio. Il Comune di Forlì ha organizzato un grande spettacolo musicale che si terrà il 4 e il 5 Settembre in Piazza Saffi con l’esibizione deii più affermati artisti romagnoli. La partecipazione è gratuita e a tutti gli intervenuti il Comune farà omaggio di una copia del mio libro. Per prenotare gratuitamente il proprio posto a sedere in Piazza Saffi, che sarà allestita nel rispetto delle norme di sicurezza sanitaria, occorre scrivere a caraforli@gmail.com

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