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"Crisi, spostare sui consumi gli oneri previdenziali"

Redazione

Il titolo di prima pagina de "la Stampa" domenica 15 novembre “la seconda ondata Covid gonfia il passivo dell'INPS, oltre 2 miliardi di buco", impone una riflessione sull'attuale sistema di tassazione che vede a carico delle Imprese e dei lavoratori il versamento degli oneri previdenziali. Da qualche tempo penso che spostare "sui consumi" tale tassazione sia la strada giusta. Questa "era COVID" ha peggiorato una situazione da anni già drammatica dei conti dell'INPS, sono anni che le Imprese italiane non riescono a sostenere la pressione fiscale, mancando, ormai regolarmente, i pagamenti degli oneri previdenziali. Da qui il buco di oltre 2 miliardi. La stessa amministrazione pubblica, ha difficoltà a pagare gli oneri sociali per i propri dipendenti. 

Come tutti sappiamo, i costi finali delle merci e i servizi prodotti dalle aziende italiane derivano dalla somma di varie voci: i costi delle materie prime, gli ammortamenti, i costi generali, i costi del personale, ecc. Il costo del personale dipendente è dato dalla retribuzione che percepisce il lavoratore e dagli oneri sociali che lavoratore ed impresa pagano, il cui ammontare è circa pari e in alcuni casi superiore allo stipendio stesso. Ogni passaggio del bene prodotto - dalle aziende (importatore, distributore, commerciante) giungendo al consumatore finale - comporta aumenti in percentuale “sul bene”, che a volte portano anche a raddoppiare quello che è il costo alla fonte. In tutti questi passaggi l’aumento in percentuale incide ovviamente anche sugli oneri sociali che quindi appesantiscono il costo finale che il consumatore deve sostenere per acquistare il prodotto o servizio. La mia tesi è di togliere alla fonte (cioè alle imprese e lavoratori) il costo degli oneri sociali e
trasferirlo in fondo alla catena - per esempio con una tassa che potrebbe essere definita “tassa oneri sociali”.

Può sembrare apparentemente che, così, il prodotto subirà un aumento di prezzo a carico del consumatore, ma in realtà non è così.
Infatti, il rilevante calo dei costi di produzione, per l'eliminazione degli oneri previdenziali, permetterebbe alle imprese di portare sul mercato merce e servizi a costi più bassi. Facile intuire che questo innescherebbe un positivo effetto domino: i nostri prodotti e servizi acquisterebbero una notevole competitività sui mercati nazionali ed internazionali, le aziende chiuderebbero i bilanci con maggiori utili (per cui all’erario andrebbero cifre ben più importanti di quelle che entrano adesso) e potrebbero aumentare consistentemente gli stipendi, le famiglie
avrebbero più danaro da spendere e aumenterebbero i consumi anche perché i nostri prodotti costerebbero meno, quindi il volano dell’economia girerebbe molto meglio.

La situazione attuale è infatti molto diversa da quella degli anni '70, quando i beni consumati all’interno del nostro paese erano prodotti almeno per l’80% dalle nostre imprese. Ora invece le nostre aziende e quindi i nostri lavoratori producono meno del 30% dei beni consumati in Italia. Visto il ribaltamento di queste posizioni, non si capisce quindi perché l’intero sistema contributivo  della nazione debba continuare a restare a carico solo delle imprese. In questo quadro, spostare gli oneri dalla fonte al consumatore finale è anche una questione di equità sociale. Il nostro arcaico sistema fiscale continua a colpire le imprese e i loro lavoratori come se fossero una fonte di ricchezza privilegiata, da tassare nella certezza che essa sarà sempre abbondante. Non è più così, anzi le imprese e i loro posti di lavoro vanno sgravati dagli oneri di carattere sociale che spettano alla collettività e non soltanto a chi produce.

E' paradossale che si tassino le ore di lavoro che vanno in un prodotto italiano e non quelle contenute nei prodotti importati: È L'UNICO ESEMPIO AL MONDO DI DAZIO ALLA ROVESCIA! Le imposte, che servono per pagare i servizi pubblici, vanno commisurate
all'agiatezza, ossia ai consumi, e non devono colpire il lavoro; con eventuali correttivi per le situazioni di povertà, da un lato, e per i redditi molto elevati, dall’altro.

Giancarlo Giunchi

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