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Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Che fine ha fatto il bisturi di Morgagni?

Lo strumento professionale che il Medico di marmo tratteneva nella mano destra è sparito. Qualcuno se n'è accorto? Un fedele lettore della rubrica, sì. Il misfatto era già accaduto in tempo di guerra.

Il "Foro di Livio" è, nell'intenzione di chi lo cura, un serbatoio di storia forlivese vissuta, partecipata; testimonianze o qualche aneddotica di fatti anche molto risalenti. Ogni tanto c'è chi segnala qualche idea e questa pare di forte attualità. Insomma: un fedele e scrupoloso lettore scrive dopo aver notato che, passeggiando davanti a San Pellegrino, oggi (il 17 agosto) "alzando gli occhi casualmente, mi sono accorto che hanno portato via il bisturi dalla mano del nostro e primo patologo". Insomma: dalla statua di Morgagni è sparito il bisturi. Chi cura la rubrica non sa se si tratti di un prelievo giustificato o di un furto. Un pezzo di ferro di poco valore ma un'offesa al "Principe degli Anatomici" proprio nell'anno in cui ne compie 335 e diverse iniziative - anche cinematografiche - stanno per uscire allo scoperto. Il bisturi era già stato perduto con l'ultimo conflitto mondiale e probabilmente quello che è sparito in questi giorni era stato ricollocato in occasione dei restauri del 2010Nell'immagine scattata da chi scrive nel 2013, è evidente, grazie al forte contrasto, ciò che non c'è più. 

Il forlivese Morgagni, cognome comune da queste parti ma antico e portato da una persona fuori dal comune, è considerato il fondatore dell'anatomia patologica. Come tutti gli studiosi di una volta, non s'intendeva solo di un settore ma di pressoché tutto lo scibile umano. Appassionato di filosofia, botanica, scienze, medicina, matematica, archeologia, astronomia, era un umanista con memoria prodigiosa, rinomato e invidiato. A tutto tondo, come la statua. Decorato e onorato a Londra, Parigi, Berlino, Pietroburgo, fu indotto a scrivere un testamento perché non era improbabile che qualche collega lo sopprimesse in quanto i suoi studi avevano rivoltato come un calzino la medicina del tempo. 

Forlì, città che pare sempre piuttosto freddina nei confronti delle sue vecchie personalità per chissà quale misteriosa indole dei cittadini, nel 1869 commissionò allo scultore livornese Salvino Salvini un monumento in marmo di Carrara alto otto metri o giù di lì. Fu Camillo Versari, medico docente in Bologna e tra i fondatori della Società Medico chirurgica dell'Ateneo, il più convinto sottoscrittore dell'iniziativa. 

Il 27 maggio 1875 la scultura fu inaugurata: era nel cortile del Palazzo degli Studi (già della Missione, poi della Provincia), al centro, col suo biancore che stemperava l'espressione seriosa del Sommo patologo. Teschio in mano, parrucca opulenta di boccoli, una pila di libri autografati ("Salvini fece / Bologna 1873") al suo fianco, bisturi trattenuto con professionalità nella destra e un cenno di movimento, un passo in avanti: un passo in avanti indispensabile alla medicina. La toga accresce la dignità del dottore marmoreo. Tanto per ricordare che una Facoltà di Medicina nel vicino Campus forlivese non sarebbe per nulla fuoriluogo, anzi

Lo scultore, dal nome poco conosciuto, morì con l'Ottocento di cui fu uno dei maggiori esponenti per quanto concerne verismo accademico. Nella sua quarantennale carriera, coronata dalla cattedra presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna, fu autore di monumenti importanti. Nel caso del "nostro" Morgagni, Salvini pare aver fatto un buon lavoro: il Patologo è ritratto con naturalezza sebbene con tutti gli elementi che lo distinguono dal "signor nessuno"; la chioma scende sulle spalle in modo fluente e solo il materiale non ne permette lo svolazzo. Non è retorico, il professore, ma fiero, solenne, benvestito (il panciotto è decisamente elegante e decorato con curiosi ramoscelli d'ulivo, segno di pace e concordia). L'ermellino lo eleva a Principe degli Anatomici quale, in effetti, è. Dal panciotto si scorge una catenella che trattiene un piccolo astuccio. La mano destra è pronta per sezionare corpi e l'anulare è impreziosito da anello con cammeo. La mano sinistra è aperta e trattiene, in un panno, un cranio umano con sedici denti. Pur nell'eleganza (da notare le scarpe), sembra davvero che stia lavorando (la camicia non si dà pace all'interno del panciotto). Tolti parrucca e paludamenti del tempo, appare come un maturo professionista forlivese contemporaneo, quasi familiare nel volto attento e un po' corrucciato, preso dal lavoro. 

Come detto, fu collocato nel cortile di quello che era il Liceo Ginnasio (che ora porta il nome del Medico), quando il Liceo Classico era considerato all'unanimità crocevia indispensabile per ogni sorta di studio. Del resto, anche Morgagni era depositario di quel quadrivio di scienza propria di un mondo che non c'è più, parcellizzata oramai in mille specializzazioni. E a quel tempo si studiava nell'odierno Palazzo della Provincia. Nel 1925, si pensò di collocare in una piazza il monumento onde dare a esso più visibilità: il Soprintendente disse no. Tuttavia fu lasciata all'Amministrazione comunale la possibilità di fare come le fosse parso. Il Comune, a questo punto, ebbe via libera per "liberare" Morgagni dal Palazzo degli Studi. Si fece avanti la proposta di tagliare la parte posteriore del manto per una migliore simmetria, cosa che per fortuna non avvenne. Nel 1931, la statua fu definitivamente collocata dov'è ora, davanti a San Pellegrino, cioè piazza Morgagni. Alla grandiosa "Giornata Morgagnana" d'inaugurazione, il Soprintendente non c'era. 

Con la fine del Novecento, il monumento era in condizioni pietose: grigio dei fumi urbani e croste di guano increspavano mantello e parrucca, i libri e il resto erano sepolti dalla trascuratezza. Tanto che apparve, accanto alla statua, un cartello con la scritta Mi avete rotto i polmoni, con riferimento alla qualità dell'aria forlivese che aveva contribuito ad annerire il volto del grande concittadino. Seguì l'inevitabile dibattito politico. Fu ripulito, ma era necessario un restauro più profondo. Cosa che avvenne grazie al Rotary Club Forlì e alla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì tra il 2010 e il 2011. Così tornò bianco, di un bianco abbagliante. Ora, il manufatto marmoreo, è difeso anche da un particolare dispositivo che tiene lontani i piccioni. 

Qualche mese dopo la fine dei restauri, la cronaca riferisce già delle prime offese alla statua, coi soliti ignoti imbrattatori che disegnarono - se il termine è idoneo - una sorta di foglia con vernice rossa sul basamento: in seguito allo sfregio, qualcuno pensò di difendere il famoso Cittadino con una cancellata. Ora, la "penna" bisturi è sparita. I motivi non sono stati approfonditi da chi scrive, ci penserà qualcun altro: vero è che nemmeno il teschio con sedici denti ha spaventato i chirurgi della notte; occorrono strumenti più efficaci per salvaguardare l'arte della città.

Un particolare del bisturi nella foto di Leonardo Michelini

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