Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Dove si lavavano i panni sporchi

Centocinquant'anni fa fu costruito il lavatoio di via Caterina Sforza. In uso per circa un secolo, poi venne smantellato. Era uno dei tanti modi per sfruttare il canale di Ravaldino, a poco a poco nascosto sotto terra.

Già pensare che nel centro della Forlì con il canale ancora scoperto ci fossero sedici ponti e sette scalette in muratura fa una certa impressione. Ma del canale ci sarebbe molto da dire. Vero è che già dalla fine dell'Ottocento fu coperto dapprima a tratti e poi, a metà del secolo successivo, pressoché tutto; era ormai una fogna a cielo aperto. Invece di ripulirlo e valorizzarlo (com'è accaduto, per esempio, a Treviso) si è preferito nasconderlo. Eppure, oltre al grande contributo che, grazie ai mulini, dava alla città, serviva alla popolazione anche per scopi "umili". Per esempio: come si lavavano i panni prima della lavatrice? Chi abitava fuori le mura si serviva delle acque del Montone, del Rabbi o del Ronco. Chi stava in centro storico aveva i lavatoi. Se in città questa memoria è scomparsa, è proseguita fino a tempi recenti nei paesi, per esempio a Predappio Alta, dove si vede ancora una struttura coperta da un tetto sotto la quale vi sono tre vasche (lavaggio, risciacquo, pulizia di stracci e canovacci) che venivano svuotate ogni sera e riempite nottetempo per essere pronte all'alba. A Forlì, dove si trovavano questi luoghi di lavoro e di aggregazione? Cosa si faceva da quelle parti?

Innanzitutto, occorre dire che il lungo serpentone d'acqua che attraversava il centro storico veniva svuotato nella tarda primavera di ogni anno per le pulizie: fatto che significava festa per quei ragazzini che cercavano, tra le pozzanghere, anguille e altri tipi di pesce. Erano gli stessi che poi usavano il canale come "lido", in mancanza di mare o di fiume, un bel bagno nell'acqua (non certo cristallina) urbana e via di tuffi e brontolii dei meno giovani. Prima che per ragioni igieniche (forse allora sconosciute), il canale iniziò a sparire alla vista proprio perché d'estate poteva essere pericoloso e offriva spettacoli giudicati indecenti di uomini e donne a lavarsi in promiscuità. Nonostante fungesse anche da scarico, l'acqua era pur sempre un richiamo irresistibile. E nonostante le inevitabili sozzure, serviva per lavare i panni. 

La "Guida per la città di Forlì" di Casali (1838) informa che nell'allora erigendo Foro Annonario in piazza San Francesco (non erano ancora i tempi di Cavour e la memoria del "chiesone" francescano fatto sparire qualche decennio prima era ancora impressa) sarà costruito un lavatojo pubblico. Infatti, sotto il porfido di piazza delle Erbe scorre un tratto del canale urbano che doveva alimentare il lavatojo progettato. Probabilmente rimase sulla carta e nel mondo delle intenzioni. Per chi non lo sapesse, Foro Annonario è il nome più appropriato per ciò che è popolarmente noto come Mercato Coperto

La "Guida di Forlì" di Calzini-Mazzatinti (1893) indica un lavatoio pubblico in via Miller, ma l'attuale via Miller allora si chiamava via Andrelini e viceversa. Infatti, ben più noto fu l'analogo sistema di vasche che fu in uso per cent'anni da quando fu costruito, nel 1867. Era su via Caterina Sforza, all'angolo con via Andrelini (da cui si accedeva), a fianco della chiesa di San Salvatore (cioè nell'area della Residenza Zangheri). Difficile reperire delle immagini afferenti a questo lavatojo poi smantellato, anticamente custodito dalla lavandaia Serafina Morigi. La struttura, sorta come derivazione del greto del canale, doveva essere costituita da un sistema di una o più vasche per lavare e risciacquare. Una tettoia copriva il tutto. 

Le lavandaie di professione (bugadèri) uscivano di casa prima dell'alba accompagnate dalle figlie (bambine o poco più) per ritirare con un carretto la biancheria da lavare. Affollavano poi i lavatoi (fino a 90 alla volta) tutti i giorni, salvo i festivi, in condizioni assai poco igieniche tanto che le lavoratrici spesso si trovavano a pulire con i piedi nel fango e sotto un tetto sfondato. Era un luogo di fatica e di chiacchiere, si levavano canti e litigi. La Faenténa era particolarmente invidiata perché a lei erano affidati i panni del Distretto militare con equo compenso. Il lavoro era durissimo anche perché i tessuti non erano fini (si pensi alle lenzuola di canapa). Chi se lo poteva permettere, dunque, si serviva delle lavandaie che andavano a giorni fissi nelle case a ritirare i panni per poi riportarli lavati e stirati. Era un lavoro eseguito da donne povere che non avevano altre possibilità, e forti per affrontare la fatica. Il primo giorno s'insaponava e si mettevano i panni a riposo in una mastella di legno provvista sul fondo di un foro di scolo. Poi si copriva con un telo di canapa che fungeva da filtro, su esso si poneva la cenere. Quindi si versava l'acqua bollente che, passando attraverso i panni, conferiva candore e sensazione di igiene. Per fare il bucato, dunque, si usava il ranno, una miscela di cenere di legno e acqua bollente che, nonostante le apparenze, lasciava un profumo di pulito che era fonte di orgoglio e soddisfazione. Oppure era in voga il rannino, cioè l'acqua fredda sporcata dalla cenere filtrata. Quest'operazione veniva ripetuta tre o cinque volte (mai in numero pari), quindi il bucato era lasciato a riposo per tutta la notte a mollo nello smulgadùr

Il secondo giorno si procedeva alla sciacquatura, spesso sul greto del Montone sotto il ponte di Schiavonia perché l'acqua era migliore e si potevano lasciare asciugare i panni sul prato. Su cavalletti di legno, le lavandaie battevano per ore i panni e li strizzavano. I teli pesanti avevano bisogno di quattro robuste braccia per essere girati e "spremuti". A sera, il lavoro poteva dirsi finito. Non era consentito lavare i panni durante la bollitura del vino perché - così si diceva - la biancheria sarebbe rimasta macchiata di rosso. 

Il lavoro proseguì più o meno così fino all'avvento della lavatrice. Una testimone, Mila Danesi, pensando al lavatoio di via Andrelini, ricorda un unico "tavolo" con le scanalature perpendicolari al lato lungo ma le riminiscenze sbiadiscono in quanto era un posto poco raccomandabile per una bambina perché frequentato da donne di umili origini tanto che si dice la dscorr c'la pè una bugadira, "parla come una lavandaia", cioè in modo volgare e sboccato. In particolare, in quello nell'attuale Residenza Zangheri vi era un tavolo lungo, grigio, di sasso o pietra, con tettoia. Il piano inclinato favoriva l'uscita dell'acqua sporca e la schiuma di sapone di Marsiglia (che probabilmente finiva in una canaletta sottostante alle varie postazioni). L'acqua era fornita gratuitamente dal Comune a giorni e ore prefissati ed era qui dirottata dal mulino Faliceto (in via Caterina Sforza) sul canale di Ravaldino. Mila Danesi ricorda che non solo le lavandaie professioniste se ne servivavano, ma anche le abitanti dei dintorni, che, così, non usavano l'acqua di casa. Si entrava da via Andrelini, all'altezza dell'attuale camera mortuaria della Residenza Zangheri, e la struttura era quindi dietro il muro che fa angolo con via Caterina Sforza (nell'immagine). Difficile immaginarselo adesso.  

La guida "Forlì e dintorni" di Casadei (1928) indica un altro lavatoio nei pressi di San Biagio, costruito nel 1880 su disegno dell'ing. Gustavo Guerrini per incarico del Comune. Anche questo, si legge: riceve l'acqua dal Canale di Ravaldino e può accogliere 50 lavandaie. Le medesime indicazioni sono fornite per quello di via Andrelini, quindi si può dire che fossero, se non uguali, decisamente simili. Stesso autore, stesse dimensioni. Inoltre, non lontano da quello di via Andrelini e sempre in corrispondenza del canale, ve n'era un altro, privato, del signor Pasquali, un po' più ridotto e probabilmente più antico (gli altri due erano definiti "moderni"). Ora, quel tipo di lavoro non serve più e la fatica di generazioni di donne è svanita nel nulla. Nessuna traccia, nessuna memoria, solo qualche testimonianza di un mondo perduto. Chi avesse altre informazioni, o documenti, o altro, può contattare la pagina Facebook de "Il Foro di Livio" (@forodilivio). 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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