Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Tra le misteriose contrade di Forlì

Che cos'era una contrada? E com'era divisa anticamente la città? Ora conosciamo una suddivisione del centro in quattro rioni, in realtà ce ne sarebbero una ventina. Andiamo a (ri)scoprirli.

Chi usa l'auto sa che, all'interno del perimetro del centro storico, ci sono parchimetri con almeno quattro "colori" diversi. Spiace constatare che questa differenziazione sia ormai l'unica che ripercorra una suddivisione rionale, anche se i confini dei rioni non sono così certi come ci si potrebbe immaginare. In questo secolo, la città dell'automobile è scissa in quadranti che fanno perno sui quattro corsi. Questi ripetono solo in parte la tradizionale spartizione in Borgo Schiavonia (corso Garibaldi), Borgo Ravaldino (corso Diaz), Borgo Cotogni (corso della Repubblica), Borgo San Pietro (corso Mazzini). In realtà, quest'impostazione “esagonale” con quattro porte è consolidata dal Quattrocento.

Prima, una serie di cerchie murarie, succedutesi nel tempo, ha reso difficile identificare toponimi che purtroppo sono scomparsi del tutto. Qui è stato già scritto: sarebbe bello se qualche esercizio commerciale, qualche negozio o ristorante, realtà o iniziativa, invece di "inventarsi" nomi, andasse ad attingere dal vasto patrimonio storico e suggestivo che ha nutrito per secoli la città ghibellina. Arduo è, per esempio, immaginarsi una parte del borgo Schiavonia "emarginato" da un fiume come il borgo Durbecco di Faenza, e stessa sorte poteva osservarsi per l'area da piazza Saffi a piazzale della Vittoria, ancorché scarsamente abitata. Vigne e campi si succedevano fino a perdersi nel contado, fossati sono ancora leggibili nei percorsi delle strade che seguono le primitive cerchie murarie, per lo più lignee. I canali restano sotto terra, forse sperando di rivedere la luce del sole. Poi si consolidò la signoria Ordelaffi, poi i Riario-Sforza (specialmente Caterina) e fu fatto un po' d'ordine.

Una ventina d'anni fa il Comune volle ripavimentare alcuni tratti dei corsi cittadini ponendo delle borchie con nomi misteriosi: sono riprodotti monumenti scomparsi e chi non si sofferma con pazienza a porsi qualche domanda non capirà nulla. Eppure, sono tracciati alcuni dei confini delle antiche contrade. Almeno quelle di cui è stato conservato il nome grazie a documenti del tempo. Altro che palio di Siena, il centro di Forlì era una congerie di "circoscrizioni" simili a parrocchie laiche. Questo guazzabuglio è dovuto anche alla "migrazione" del centro sempre più verso il Campo dell'Abate (di San Mercuriale) e al progressivo espandersi fino all'assestamento: quello che noi intendiamo "centro storico" è lo stesso che per Caterina Sforza era "città". Secondo uno Statuto del Trecento, ogni contrada di Forlì aveva uno o due sindici contratarum, ufficiali eletti per sei mesi col compito di denunciare al podestà crimini, risse, delitti e notificare decessi avvenuti nel territorio di competenza. I rappresentanti delle contrade daranno luogo ai sindicati e uomini di buona volontà (boni et legali) svolgevano il ruolo di "guardia civica", curando vicoli e preoccupandosi che gli androni fossero chiusi o aperti alla bisogna. Questa suddivisione in numerose entità semi-autonome sembra permanere almeno nella consuetudine nelle circa 30 contrade secentesche. In seguito, ancora a fine Settecento, la Forlì militarizzata dai francesi di Napoleone era divisa in 24 cantoni, più o meno gli stessi del Medioevo. Ora passiamo in rassegna qualche nome nella lingua del tempo: un latino involgarito

Il lato dispari di corso Garibaldi, l'ultima parte prima della porta, era la contrada propriamente detta Sclavanie (dove c'è la chiesa di Santa Maria in Laterano in Schiavonia), sul lato opposto, le Tumbe: extra e intus. L'area del convento della Ripa era la Turris Florentine in corrispondenza della quale, sul lato sinistro del corso, c'era la contrada De Medio (oggi vi è la Questura). L'ampia fetta che da San Domenico arriva alle mura erano i Campi Lubarexij che finivano dove ora c'è l'oratorio di San Sebastiano e stradine che raggiungono il corso Garibaldi (lì principiava la contrada S. Tome de Conturberio, intitolata come la parrocchia del Duomo, a San Tommaso Cantuariense, chiesa di cui rimane qualche indizio in un'abitazione privata). Il Duomo, invece, come oggi, era in contrada S. Crucis mentre su via Maroncelli si estendeva una “piccola isola” denominata S. Martini in Castello (ove c'è l'omonima via). Da lì alle mura si estendevano dapprima le Vinee Episcopi (ossia Vigne del Vescovo) e poi due contrade S. Blaxij (extra e intus) in zona San Biagio. Il Rialto Piazza era spartito tra la contrada Broccaglendossi (corso Diaz lato pari primo tratto), e l'opposta contrada S. Guilielmi (la cui chiesa aveva la facciata sull'attuale piazza San Crispino, fino a qualche anno fa ingresso dell'anagrafe), e il palazzo comunale era situato sulla contrada S. Tome Apostoli.

Forse qualche spiegazione merita la contrada Broccaglendossi o “Broccaindosso”, che si ritrova anche a Bologna e probabilmente ha a che fare con le brocche, oppure con le broche (rami di albero con cui si percuotevano gli asini che si andavano ad abbeverare sulle rive del fiume che qui scorreva), oppure si rifa al nome di un'antica arma bianca che si soleva portare “indosso”. Proseguendo lungo corso Diaz c'era quella del Burgi Merlonum (lato dispari e poi pari fino a via Porta Merlonia) e la contrada S. Antonii (con Sant'Antonio Vecchio, poi Sant'Antonio Abate in Ravaldino). La rocca era situata nella contrada S. Johannis Evangeliste (in tempi recenti, è stato “ripescato” il nome per una chiesa per “Ravaldino fuori le mura” in via Angeloni). La fetta tra i Campi Lubarexij e corso Diaz era afferente alla contrada Filiceti (oggi la ricorda via Faliceto, vi scorreva un canale con mulino e c'è chi sostiene vi fossero molte felci).

Le strade come via Dall'Aste, via Arsendi, via Bruni facevano parte della contrada Strate che confinava con la contrada Campostrine (da corso della Repubblica a via della Rocca, da via della Torre a via Oreste Regnoli e via Flavio Biondo, cioè Campostrino). Il campus universitario sarebbe appartenuto alla contrada S. Jacobi, così come l'ultima parte del lato pari di corso della Repubblica fino alla porta. Il riferimento è chiaro: la chiesa di San Giacomo in Strada era di fronte a Santa Lucia (che anch'essa sarebbe intitolata a San Giacomo).

Manca un'altra parte del centro, quella tra il lato destro di corso Mazzini e il lato sinistro di corso della Repubblica (per chi parcheggia, è zona “rossa”). Anche lì troviamo contrade che traggono il nome da fondi: come le Vinee Abbatis, Vigne dell'Abate (che non poteva essere da meno del Vescovo, così ne aveva due, quelle in zona porta San Pietro, più o meno da via Valzania alle mura, e quelle in zona porta San Mercuriale, cioè dalle parti di via Giorgio Regnoli). Centralissima, la contrada S. Mercurialis, più marginale quella Fossati Veteris (del Fossato Vecchio, zona Carmine), speculare e sul lato opposto rispetto a quella S. Petri (cioè di San Pietro degli Scotti, zona via Pedriali). Oltre le ultime due contrade citate, si estendeva, fino alle mura tenendo il lato pari di corso Mazzini, quella detta Lugareti, nome "agreste" che forse fa riferimento a un fondo o a un piccolo boschetto oltre le vigne dell'Abate. 

Nel corso del tempo, alcuni di questi toponimi sono mutati, altri scomparsi completamente. E' ora di ricordarli. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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