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Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Venezia ama il vino di Forlì

Un atto del 1577 mette nero su bianco un primato antico. E di un altro si fa cenno: che fine ha fatto il guado?

Il “Compendio dello Stato e Governo Civile della Città di Forlì” è un prezioso documento del 1577 diviso in tre parti, probabilmente soltanto manoscritte e inedite. In esso si legge ciò che era la Città e il suo territorio nella seconda metà del Cinquecento. Si inizia dalla storia, dalla oscura fondazione, per poi passare in rassegna tutto ciò che riguarda l’urbe. Si dichiara che la “larghezza di Forlì” da “mezzogiorno a settentrione” è pari a “un miglio”. La “longhezza da levante a ponente è d’un miglio e qualcosa più d’un quarto”. Vi sono “circa duo milla” fuochi e “dodici milla” anime. Una città imperniata sulla grande piazza con al centro la “cuppola”, cioè la Crocetta, a memoria dei caduti del Sanguinoso Mucchio, prima della sua sciagurata rimozione nel Seicento. Una piazza “amplissima”, “delle maggiori di tutta Italia”, lunga “260 cubiti” e larga “cento ottanta”, dove vi si fa “un grossissimo mercato” mentre le “logge spaziosissime e commode per lo mal tempo” consentono il “passeggiar de’ Cittadini”. Forlivesi che “si riducono alla Piazza per li loro Negozij” tra “botteghe di varie merci” dove “può ogni uno trovare da spendere il danaro secondo il bisogno suo, senza briga d’andare altrove cercando”. Insomma, un ritratto del centro storico molto diverso dalla mestizia attuale. Ci sarebbero altre cose da aggiungere, ma qui si vuole approfondire altro. La terza parte è incentrata sull’economia, e fa capolino l’enologia: in effetti questi sono i giorni in cui si vedono le strade colme di veicoli con cassoni pieni d’uva diretta alla Cantina sociale. 

“Produce il Contado vino per il bisogno della Città” e, “quando la Vendemia è mezzanamente buona”, si beve “fin a tutta la Quaresima”. In ogni caso “non bastarebbe il vino per mezzo anno” ma, grazie a “tutto lo sparmio” si va anche oltre, fermo restando che c’è pur sempre chi “vuole imbriacarsi” ed è dura, per lui, trovare un “bicchiere senz’acqua” dopo la Pasqua. 
“La misura maggiore del vino si chiama Assaggio” che consiste in “sei Barili”, ed esso, a sua volta, è formato da “Boccali venti uno, et un terzo”.

Il Barile, inoltre “pesa cento lire e qualche cosa di più”. In tempo “di mediocrità”, “il vino si vende dodici lire l’Assaggio” mentre “venti quattrini vale il Boccale”. Purtroppo altro non si dice, non vi sono riferimenti alla tipologia del vino che si produceva, né sulle effettive quantità: non si sa altro da qui. Però seguono interessanti informazioni, come la frase “il buon vino di Forlì viene equiparato al Greco” la cui interpretazione è lasciata agli intenditori. Si trova comunque spazio per confronti con un passato ancora più remoto: “Gli antichi nostri raccoglievano più vino assai di noi, e ne facevano incetta”, tanto da mandarne fuori città “gran quantità”, e “specialmente a Venezia, dove per la sua bontà era ed è privileggiato”.

Infatti, ancora al tempo di questo scritto, il vino forlivese “non paga se non mezzo dazio” nella Serenissima. Tuttavia – i forlivesi non si smentiscono mai – pare essere avvenuta un’involuzione deprecata dall’estensore del documento: “E sì faceano il contrario di quello che hanno fatto i moderni, cioè attendendo loro a piantare ed accrescere viti e vigne, e questi a cavarle e guastarle”. Insomma, è come se ci si fosse stancati, lasciando presto il primato ad altri. Tanto che pure a Forlì ci fu il rischio che “oggidì converrebbe provvedersi fuora di vini, per bisogno del vivere” se non fosse intervenuto “il Conciglio” che ottenne da Roma “la proibizione con la scommunica”. 

Si fa cenno, tuttavia, a un risvolto interessante di “questo dissipamento” che ha arrecato “gran danno”: è “moltiplicata” la produzione del Guado, e “in Venezia, il Guado di Forlì è preggiato infinitamente appresso di quei tintori come migliore di ogni altro”. Ormai solo pochi sanno di cosa si tratta: di una tintura vegetale di colore blu. Si pensi alle stampe romagnole, in questo caso, più che color ruggine, colore, appunto, del guado. 

Per dare un contesto al Compendio, basti dire che tale ne è l’incipit: “La Città di Forlì, ne gli anni passati ha patito molti infortunij e calamità per varie e quasi infinite mutazioni di Stato, cominciando dalla Declinazione dell’Imperio finché al tempo di Paolo Terzo, per sanar la piaga morale delle discordie civili, vi fu applicato il saluberrimo rimedio della pace, col mezzo di novanta huomini dall’effetto denominati Pacifici”. Magistratura, questa, che – con accenti di piaggeria – a chi scrisse pare “opra più di Providenza Celeste che di giudizio humano”. Tuttavia, la questione è un’altra: c’è una “miseria” che “io reputo principale”, cioè: “siano andate in sinistro” la maggior parte dei documenti nei quali “si conservasse la memoria dei nostri fasti”, tanto che la storia di Forlì non pare “chiarissima” se non “da cent’anni addietro”. Eppure “è certissimo che la Città è non men nobile per antichità che per valore di Cittadini che l’hanno d’ogni tempo habitata”. Ecco, ogni tanto è bene ricordarlo. 

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