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Grido di dolore di un imprenditore: "Bloccato da banche e sindacati"

Imprenditori in difficoltà ostacolati da sindacati e sistema bancario. E' il "grido di dolore" che ha lanciato oggi Paolo Celli, patron della Celli. L'azienda conta circa 50 addetti

Imprenditori in difficoltà ostacolati da sindacati e sistema bancario. E' il “grido di dolore” che ha lanciato oggi Paolo Celli, imprenditore meccanico forlivese, patron della Celli. L'azienda conta circa 50 addetti e come moltissime altre è rimasta colpita dalla crisi. “In questa situazione di crisi epocale e di grande cambiamento a livello mondiale si sente e si legge tutti i giorni della necessità di serrare le fila, di fare sistema, di lavorare assieme per trovare soluzioni e riprendere la strada dello sviluppo. Purtroppo, rispetto a queste roboanti dichiarazioni d’intenti, la realtà di tutti i giorni è ben diversa”, spiega Celli.

Che con il suo appello punta a voler aprire un dibattito sul futuro economico anche del territorio. “Ci sono imprese, e la Celli è una di queste, che hanno imboccato la via del rilancio, ma non trovano interlocutori attenti e capaci di capire le difficoltà e le esigenze delle aziende nello scenario odierno. Vogliamo quindi esporre oggi la nostra esperienza diretta sperando che ne nasca un dibattito che porti ad un miglioramento del sistema economico complessivo, a beneficio di tutti. Ma se la situazione non cambia, l'opzione di delocalizzare la produzione all'estero resta”, sempre l'imprenditore forlivese.

BANCHE BUROCRATICHE E INEFFICIENTI - Che se la prende principalmente con banche e sindacato, “due interlocutori importanti per le aziende, dai quali è necessario avere collaborazione vera, non solo a parole”. L’azienda ora dichiara cifre in netto recupero, con un aumento di fatturato del 17% rispetto al 2010 a fine agosto, +67% come portafoglio ordini ed un aumento di redditività notevole, ma le risposte del sistema non sono state adeguate.

Dice Celli: “Iniziamo dal sistema bancario. Ad aprile 2010, cioè 18 mesi fa, è iniziato un percorso che mirava a consolidare l’azienda pur in presenza di evidenti difficoltà di bilancio (il fatturato era calato del 25% a seguito della crisi e la clientela in difficoltà faticava a pagare, creando così problematiche finanziarie a monte). L'azienda ha chiesto un finanziamento ponte (transitorio e garantito) da parte delle banche per assistere la ristrutturazione ed il rilancio dell’azienda, nonché un intervento di ricapitalizzazione da parte dei soci per un importo circa equivalente. Cosa è successo in questi 18 mesi? C’è stato un susseguirsi estenuante di riunioni e all’azienda è stata richiesta la produzione di una quantità inimmaginabile di documenti e report di ogni tipo, che ha comportato un costante ricorso a professionisti esterni che garantissero professionalità ed obiettività”.

Cosa è successo invece? “Siamo ad ottobre e non si ha nessuna indicazione dei tempi di chiusura effettiva della pratica. Gli istituti si muovono in ordine sparso e seguendo ciascuno una sua strategia
mentre le banche locali dimostrano maggiore apertura e disponibilità verso le esigenze di una azienda del territorio come la nostra, le grandi banche nazionali sono lontane, poco disponibili al dialogo ed avare di indicazioni su come accelerare i tempi, strette evidentemente in una morsa burocratica interna che rallenta all’inverosimile le pratiche. 18 mesi (che forse diventeranno anche di più) sono un periodo di tempo che le aziende oggi possano sopportare? Certamente no”.

“Una domanda sorge spontanea però: perché nessuno parla di queste cose? La competitività del sistema economico territoriale dipende anche da questo”, riprende Celli. “Non dovrebbe essere un tema su cui invece di facili e generiche dichiarazioni di disponibilità è necessario fare un serio lavoro di dialogo anche tecnico? La nostra azienda ha partecipato a varie riunioni organizzate da Confindustria sul tema ed è innegabile che lo sforzo di avviare un dialogo costruttivo sia stato fatto, da parte imprenditoriale. L’impressione però è che da parte degli istituti di credito si sia perlopiù partecipato con condiscendenza e limitatissima capacità propositiva”.

SINDACATI ANACRONISTICI - Veniamo adesso al sindacato, la seconda bordata di Celli. Spiega: “E’ accettabile che protegga gli interessi dei lavoratori, ci mancherebbe altro. E’ invece meno accettabile che contribuisca a gettare benzina sul fuoco facendo della disinformazione. Con interlocutori sindacali inaffidabili e prevenuti l’imprenditore che parli chiaro ed esponga le difficoltà dovute alla crisi rischia grosso. La Celli ha spiegato chiaramente al sindacato le difficoltà ed il prolungarsi oltre ogni limite del percorso intrapreso con le banche e in cambio ne ha ottenuto malumore interno, sfiducia e demotivazione dei dipendenti. Se i lavoratori sono preoccupati per le sorti della loro azienda risulta incomprensibile che si rifiutino di lavorare qualche ora in più per completare ordini urgenti da consegnare, come successo nelle settimane scorse. Questo perché è stato detto loro dal sindacato che non conviene fare ore in più visto che le prospettive dell’azienda potrebbero essere incerte. Questo perché l’azienda era stata costretta a ritardare temporaneamente (di 2 settimane) l’erogazione degli stipendi”.

“Questo è grave, molto grave nel contesto di un sistema di relazioni che si trova a fronteggiare una situazione straordinaria. Non si può continuare a ragionare ancora oggi su schemi che richiamano contrapposizioni padrone/lavoratore anacronistiche, vecchie di trent’anni o più”. Ed infine: “Dobbiamo renderci conto tutti che se continuiamo ad operare su queste basi, difendendo ciascuno i suoi interessi di bottega, il nostro sistema economico rischierà seriamente di affondare”.

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