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Dialetto romagnolo e fenomeni meteorologici: i termini più curiosi

Il meteorologo Pierluigi Randi, è autore, insieme a Paolo Turchetti, studioso di dialetto, di “E piòv”, viaggio nel mondo dei detti popolari e dei proverbi romagnoli sul tempo, e racconta la storia di alcuni termini romagnoli legati ai fenomeni atmosferici più comuni

“La Romagna ha una solida tradizione, che si perde nella notte dei tempi e deriva dalle credenze contadine, in merito alle osservazioni meteorologiche, tanto è vero che ancora oggi, colloquialmente, l’argomento 'tempo meteorologico' compare quasi sempre. Anzi, a volte rappresenta proprio il classico approccio per rompere il ghiaccio quando si vogliono fare nuove conoscenze”. Il Tecnico meteorologo Pierluigi Randi, vicepresidente dell'Ampro, l'Associazione Meteo Professionisti, è autore, insieme a Paolo Turchetti, studioso di dialetto, di “E piòv”. Viaggio nel mondo dei detti popolari e dei proverbi romagnoli sul tempo, e racconta la storia di alcuni termini romagnoli legati ai fenomeni atmosferici più comuni. 

“Anticamente nacquero e si diffusero una moltitudine di termini, proverbi e modi di dire sul tempo, i quali furono tramandati alle successive generazioni. Molti di essi sono classici dell’intero territorio nazionale, altri furono coniati in regione con la sola versione dialettale e, pur con i grandi progressi tecnologici dei tempi moderni, rappresentano un patrimonio culturale, ma in parte anche scientifico, di inestimabile valore – afferma Randi-. Certamente sotto il profilo meteorologico non tutti sono esenti da pecche, ma occorre considerare che il loro valore va ben oltre l’aspetto squisitamente tecnico e scientifico. Naturalmente è importante specificare che proverbi, detti e locuzioni dialettali locali, devono essere applicati rigorosamente nelle zone ove essi sono stati coniati, pena la sostanziale inattendibilità degli stessi”.

A livello dialettale la Romagna si presenta come un territorio assai eterogeneo, e ciò vale anche per diversi fenomeni meteorologici: “Ad esempio, per la parola “acquazzone”, o rovescio, che troviamo nell’italiano standard, abbiamo scarvàz a Forlì e a Cesena ma anche nell’area lughese, scròll a Ravenna (e di nuovo nel lughese), scòs o squàs a Faenza, e sguazaròun a Rimini. Per l’italiana “afa” troviamo buldèzz o cagnèzz (qui l’allusione è al cane bagnato che emette sgradevoli miasmi, come del resto quando sudiamo molto durante i periodi afosi) a Ravenna, Forlì e Faenza, bulùra più spesso a Rimini e a Cesena. Ma esistono ulteriori forme molto locali. Il fenomeno della grandine viene  invece indicato con timpèsta -prosegue Randi -, la cui traduzione letterale in italiano sarebbe “tempesta”. Tuttavia esiste il termine “tempesta di grandine” che indica un intenso rovescio di chicchi di ghiaccio, e quindi è assai probabile che la forma timpèsta sia mutuata dalla forma meteorologica, tanto è vero che l’atto del grandinare in dialetto viene indicato con timpstè. Il tuono è, nella credenza popolare romagnola, il diavolo che e scariòla su moj (scarriola sua moglie). Si usano le forme è bròtla, e tròtla, intese come il brontolio del tuono quando il temporale è lontano. Se il fulmine cade vicino con gran frastuono, si usa la forma un scciòc d’un tò (uno schiocco di tuono), mentre il fulmine stesso viene chiamato sajèta (saetta)”.

E ancora: “La Pujèna (Pojana), termine assai conosciuto in regione, indica non il noto rapace ma lo spazzaneve. Il nome deriva da un attrezzo rurale che veniva costruito nelle aziende agricole, formato da due grosse tavole di legno, o altro materiale, bloccate in verticale ed aperte a forma di V con un travetto posto di traverso a fissare il tutto. Anticamente, come l’aratro, era trainata da buoi – racconta il meteorologo- ; oggi chiaramente dai trattori, e serve per togliere la neve dalle strade di campagna, dove naturalmente non arrivano gli spazzaneve cittadini. Quando questo attrezzo è in azione richiama però, data la sua conformazione, il volo ad ali spiegate della poiana (il rapace), e da tale somiglianza sembra che derivi il suo nome, che si applica a qualunque tipo di spazzaneve. Esiste però il vocabolo latino “Ploum-Plojum” che indica un particolare tipo di aratro molto usato nella tarda romanità, per cui il riferimento all’origine del nome potrebbe anche essere questo”.

Sempre parlando di neve, Randi ricorda: “La misurazione della neve al suolo è una pratica meno semplice di quanto si possa pensare, ed in ogni caso va espressa in centimetri. Tuttavia in Romagna si usano colloquialmente misure generiche attraverso metafore talora anche divertenti; infatti in caso di abbondanti nevicate non si bada troppo al sodo e si usa il termine “ginocchio” (znòc) o la frase “ne è caduta un ginocchio” (u n’è avnu un znòc)”. Ma, dato che siamo in piena estate, consideriamo il cosiddetto “solleone”, “che in Romagna viene chiamato sol agliòn. Il termine solleone viene utilizzato per indicare il periodo statisticamente più caldo dell’anno, e deriva dal fatto che il sole fa il suo ingresso nel segno del leone (23 luglio-22 agosto) – chiarisce il tecnico -. Sebbene nell’emisfero nord la maggiore quantità di radiazione solare si abbia alla fine di giugno, le temperature medie più elevate si raggiungono in genere proprio tra fine luglio ed inizio agosto. Questo particolare sfasamento rappresenta il tempo impiegato dalla temperatura dell’atmosfera per raggiungere l’equilibrio con la radiazione solare in arrivo”.

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