Alluvione, il focus

I volti sorridenti nel fango, le braccia tese a chi ha perso tutto. "Nei giovani l'aria di "Romagna mia", il canto della rinascita"

L'APPROFONDIMENTO - Dall'emergenza covid all'emergenza alluvione. Ma questa volta i giovani sono l'immagine, il simbolo della speranza, dell'unione che fa la forza

Nel cuore della pandemia erano costretti alla reclusione in casa, socializzando attraverso il monitor di un pc. Dall'emergenza covid all'emergenza alluvione. Ma questa volta i giovani sono l'immagine, il simbolo della speranza, dell'unione che fa la forza. Altro che "fannulloni" e non disposti a sudare. Con i loro volti, sporchi di fango, e mani e braccia tese verso chi in un attimo ha perso tutto. Un sorriso per dare coraggio a chi ha lo sguardo perso nel vuoto, sconvolto dall'apocalisse di acqua e melma, che lascia traumi non indifferenti. In una fase così critica sono i giovani il bastone sul quale si sorreggono gli anziani, feriti dall'alluvione, sconvolti nelle loro abitudini quotidiane e nell'aver visto spazzati via anni di sacrifici. "Nella pandemia sono stati chiusi, resi prigionieri, invisibili - sottolinea Loretta Raffuzzi, psicologa psicoterapeuta dell'Ausl Romagna -. In questa alluvione hanno sentito forte e chiaro che c'era bisogno di loro e si sono scoperti pronti, forti, capaci".

Prima il covid, poi la guerra e ora l'alluvione. Dottoressa Raffuzzi, non siamo cyborg...
"No, non lo siamo. Non siamo invulnerabili. Siamo provati, feriti, abbiamo un nodo alla gola che ci spinge facilmente al pianto a causa di tutti i sentimenti e le emozioni che stiamo sperimentando in questi giorni. Ma stiamo vivendo una tragedia, una situazione di lutto. La nostra comunità è stata colpita duramente e siamo in grande afflizione per chi ha perso la vita, per chi ha perso la casa, per chi ha perso il lavoro, per chi ha perso i suoi animali, per chi ha perso le cose care. Siamo arrabbiati per l'ingiustizia di questa alluvione, che ci ha portato via ciò che era stato costruito passo dopo passo con sacrifici e fatica. Siamo spaventati per la fragilità della terra che abitiamo e amiamo. Coltiviamo la speranza che sia finita qui ma ci tormenta il dubbio che tutto possa ripetersi. Siamo grati a chi ci sta aiutando e soprattutto orgogliosi della nostra reazione: non ci lasceremo piegare. Siamo anche meravigliati per i tanti giovani che spalano il fango. Siamo tutto questo".

Nella foto la dottoressa Loretta Raffuzzi Raffuzzi-2

L'alluvione lascia alle sue spalle non solo il fango, ma anche le conseguenze psicologiche. Metà della città si sta trasformando in un cumulo di rifiuti. Ricordi trasformati in macerie... 
"Si questa alluvione è un evento traumatico e le persone vivono il disagio psicologico che ne consegue e che si può esprimere in tanti modi, con stati di profonda tristezza o di rabbia, con uno stato di stordimento e di passività oppure con un'ansia intensa o anche con una forte agitazione e irritabilità che può alterare le relazioni interpersonali. Ma tutto questo non è una malattia. Le emozioni che sperimentiamo non sono da combattere, nè da cancellare. Sono da riconoscere e da accettare, perchè solo così si può continuare a camminare, e si può, poco alla volta, ritrovare un nuovo equilibrio. Le macerie ci fanno male perchè sono il simbolo visibile delle macerie dell'anima che si accumulano dentro di noi dopo un trauma come questo, perchè qualcosa di noi è stato strappato via, è stato violentato. Un giovane volontario mi raccontava di aver aiutato una persona a pulire la sua casa e le chiedeva quali oggetti voleva tenere e quali voleva buttare ed era colpito dal suo silenzio: questa persona guardava gli oggetti e non diceva nulla, non rispondeva, non sapeva decidere, non sapeva più cosa le appartenesse e cosa dovesse lasciarsi strappare. È questo che si può vivere nell'immediato di questa tragedia, uno stato di stordimento e di sopraffazione". 

Ma le conseguenze fino a quando si faranno sentire?
"Per sempre purtroppo. Per coloro che hanno perso pezzi preziosi della loro vita l'alluvione dividerà il tempo in un prima e in un dopo. Questo non significa che le vittime di questa tragedia svilupperanno tutte dei problemi psichici. La compromissione temporanea del nostro equilibrio psicologico è una risposta normale ad un evento così grave ma la maggior parte delle persone supererà dopo alcune settimane la fase acuta del disagio emotivo".

Davvero col tempo tutti ce la faranno? E chi farà più fatica?
"No no, non sto dicendo questo. Purtroppo per alcuni non basterà solo il tempo. Per quelle persone che si troveranno ad affrontare uno stato di forte paura, incubi o disturbi del sonno, o stati prolungati di ansia, irritabilità o alterazione dell'umore occorrerà un sostegno psicologico o medico per superare tutto questo. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza anzi, è la prova certa che si possiede la speranza e la forza per uscirne. Gli anziani certamente sono le persone che faranno più fatica a superare questo trauma poichè profondamente legati alla loro casa, alla loro quotidianità, ai ritmi e rituali consueti, agli oggetti e ai beni che spesso hanno ottenuto con sacrifici e che hanno il significato di una intera vita".

Qual è la medicina migliore in queste situazioni? Parlare, aprirsi, confidarsi?
"Si, la medicina migliore per chi è stato colpito è quella di non chiudersi, di guardare avanti, di sapere che anche questo dolore può essere superato, di accettare la solidarietà altrui, di non sentirsi sminuiti nel domandare ciò di cui si ha bisogno, di saper chiedere e saper ricevere. Invece la medicina migliore che può essere offerta da chi vuole essere di aiuto è offrire un sostegno pratico e concreto, unito ad un ascolto silenzioso e rispettoso. Niente pipponi filosofici o religiosi. Solo la presenza attiva, pragmatica, densa di comprensione e mancanza di parole. Perchè non ci sono parole..."

I giovani forlivesi in questa occasione hanno scelto di portare un grande contributo,  la loro resilienza è stata straordinaria , maggiore che nel momento della pandemia. Perchè secondo lei? 
"È vero, ma nella pandemia sono stati chiusi, resi prigionieri, invisibili. In questa alluvione hanno sentito forte e chiaro che c'era bisogno di loro e si sono scoperti pronti, forti, capaci. Tutti gli adolescenti che sto seguendo con un percorso di aiuto psicologico, tutti sono andati a spalare il fango. I giovani forlivesi e romagnoli, ma anche gli universitari che studiano qui, hanno dimostrato la loro empatia, la loro capacità di combattere, il loro desiderio di trasformare un evento tragico in un'opportunità di volontariato, di impegno civico, di solidarietà. Questa è la resilienza. Si sono messi a disposizione senza smania di protagonismo e sempre in accordo con chi organizzava i soccorsi per pulire cantine, scantinati, bagni, cortili, salvare animali, recuperare cibo e abiti. Una ragazza mi ha raccontato che alla fine della prima giornata di volontariato, nel guardarsi e vedere quanto era sporca, ha provato un sentimento di soddisfazione, quasi di gioia, poichè il fango appiccicato anche ai capelli, era la prova tangibile dell'aiuto che lei aveva offerto a quelle persone, quelle conosciute quel giorno, dentro quelle case devastate. Il perchè di questa disponibilità penso che risieda nel loro desiderio di essere protagonisti dei luoghi che abitano, di incidere in modo positivo nel contesto in cui vivono, di avviare un cambiamento a partire proprio dalla tutela dell'ambiente, di ritrovarsi insieme per promuovere una nuova dimensione sociale".

La ripartenza delle scuole è un bel segnale...
"Si certo, dopo una catastrofe del genere la ripresa delle attività routinarie e la riaperture delle scuole, dei centri educativi, delle parrocchie, dei luoghi dello sport o della musica sono segnali di ritorno ad una certa normalità, che aiutano anche l'equilibrio psicologico delle persone. Però sarebbe bello non far retrocedere, nè silenziare tutte le energie positive che abbiamo visto in questi giorni. Sarebbe importante se gli enti locali o la Protezione civile o non so chi altri, proponessero dei percorsi formativi per "soccorritori non professionali" o per "giovani volontari delle emergenze", che insegnino loro l'ABC dell'aiuto in caso di eventi catastrofici, a partire da come si tutela se stessi, quali regole e discipline rispettare, per arrivare ad imparare a parlare con le vittime, o a come costruire i vari team specializzati nelle diverse azioni da mettere in campo, per esempio con i bambini, o con gli anziani, o con gli animali. Penso che risponderebbero in molti".

Quale specifico contributo possono dare i media in queste situazioni d'emergenza?
"Un contributo importantissimo per molti motivi. Perchè possono in primis informare la popolazione sui rischi e sui comportamenti da mettere in atto nell'immediato. Possono divulgare le indicazioni degli enti preposti alla gestione dell'emergenza e contribuire a mobilitare e organizzare le azioni di aiuto e le reti o i gruppi di cittadini che si rendono disponibili. Nel rispetto del loro diritto-dovere di cronaca possono  raccontare ciò che accade senza incedere nella spettacolarizzazione del dolore, conservando sempre una quota di pudore e rispetto per le storie delle persone. Inoltre hanno anche un grande compito educativo nel promuovere comportamenti virtuosi e disincentivare agiti egoistici e criminosi. E, contributo importantissimo, hanno la possibilità di dare voce a tutto il bene, il positivo, il buono che viene fatto e che può rigenerare la speranza nel cuore delle persone". 

Dottoressa c'è un un pensiero che vorrebbe rivolgere direttamente agli adolescenti?
"Si, vorrei dire loro grazie a nome di tutti gli adulti. Vi abbiamo visti in tanti, in giro per la città, sporchi, sudati, con il badile in spalla, le vesciche nelle mani e i muscoli doloranti. Belli! Vedervi ci ha fatto bene, perchè ci ha consegnato la speranza di una posterità che si lascia sporcare, infangare dalla fragilità umana, che si lascia chiamare per nome e si assume un ruolo di aiuto dentro la tragedia. Una posterità che mette, dentro l'aria di "Romagna mia", il canto della rinascita".   

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