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Mercoledì, 17 Agosto 2022
Cronaca

A 71 anni dalla distruzione di San Biagio resta una ferita insanabile: il ricordo

A 71 anni di distanza, la perdita della chiesa quattrocentesca rimane una ferita insanabile. Quella domenica, Forlì era libera da un mese e un giorno e nessuno avrebbe mai ipotizzato lo scenario di distruzione e morte che stava per colpirla

Il 10 dicembre 1944, una bomba ad altissimo potenziale cancella per sempre la basilica di San Biagio in San Girolamo. A 71 anni di distanza, la perdita della chiesa quattrocentesca rimane una ferita insanabile. Quella domenica, Forlì era libera da un mese e un giorno e nessuno avrebbe mai ipotizzato lo scenario di distruzione e morte che stava per colpirla.

“Alle 17,15 precise – scrive Antonio Mambelli nei suoi Diari - alcuni aerei tedeschi compaiono improvvisamente sui cieli”. Si appurerà poi trattarsi di quattro “Focke-Wulf 190 F8”, dotati ognuno di una sola bomba “Grossladungsbombe SB 1000” munita di spoletta “AZ 55 A” per farla esplodere prima dell'impatto col suolo. La squadriglia era partita da Verona ed aveva viaggiato quasi a volo radente per non farsi scoprire dai radar inglesi. Giunti su Forlì, gli aerei sganciano il loro carico da 2.200 kg su San Biagio, in Corso Diaz e nell’immediata periferia. Le ultime due bombe non scoppiano. Funziona benissimo quella lanciata sull’area Monti, in via Battuti Rossi, divenuta da poche settimane deposito logistico (il vero obbiettivo dell’attacco) dell’Esercito Britannico, che aveva appena liberato Forlì assieme alle truppe polacche. Un errore balistico di poche decine di metri provoca un danno irreparabile: l’esplosione cancella la basilica quattrocentesca e con essa la Cappella Feo dedicata a San Giacomo Maggiore e i magnifici affreschi di Marco Palmezzano, realizzati su cartoni di Melozzo da Forlì. La cappella era stata aggiunta nel 1498 all’impianto originario della basilica, eretta nel 1433, per volere di Caterina Sforza, signora della città, che aveva inteso onorare nel migliore dei modi l’amante Giacomo Feo, (sposato in segreto), ucciso in una congiura nel 1495 e lì sepolto. La terrificante “Grossladungsbombe SB 1000” annienta anche 20 povere vite che si erano trattenute al termine della messa, fra cui tre bimbi, il sacerdote salesiano don Agostino Desirello e una monaca clarissa, suor Giovanna. Alla distruzione della chiesa scampa giusto un pugno di opere d’arte: il Trittico di Marco Palmezzano con la Madonna in Trono e Santi, l’Immacolata Concezione di Guido Reni, una preziosa acquasantiera in marmo bianco e il sepolcro funebre di Barbara Manfredi, oggi custodito in San Mercuriale. Anche la seconda bomba lanciata in corso Diaz, nel punto in cui nel 1947 è sorto il cinema Astra, poi trasformato nel teatro “Diego Fabbri”, crea un vuoto immane: in tutto muoiono 40 persone solo fra i militari alloggiati nel quartier generale degli ufficiali di Sua Maestà Britannica, in Palazzo Merenda. Sparisce anche il patrimonio in dipinti pregiati, i cristalli, ceramiche e mobili in stile Luigi XV conservato in Palazzo Prati Savorelli. Furono ben 192 i quadri della celeberrima Quadreria Prati distrutti da quell’unico ordigno, la bomba Grossladungsbombe SB 1000” con sviluppo esplosivo orizzontale anziché “a imbuto” (mancanza del cratere), sperimentata per la prima volta proprio a Forlì e a Cesena con effetti devastanti. Il 10 dicembre è anche il venerdì santo dell’Opera salesiana in Forlì. “Quasi tutti i fedeli – scrive l’allora direttore dell’oratorio salesiano, don Marco Perego – erano usciti dalla chiesa. Si era a cento passi dal portone quando si sentì la contraerea e si vide un aereo nemico sganciare. Ci buttammo sotto il portico fra i camion inglesi. Fu un attimo: un colpo non tanto forte, un cascare di macerie, un polverone che ci soffocava, dissolto il quale San Biagio non c’era più. Il muro più alto rimasto in piedi, in corrispondenza dell’abside, non superava i due metri: tutto amputato e dissolto”.

La parrocchia salesiana di San Biagio viene trasferita all’Istituto Buon Pastore, in via dei Mille, dove rimarrà sino al 1952, l’anno dell’inaugurazione della nuova chiesa, rifatta sulla falsariga dell’antica per preciso intervento di Cesare Valle, il grande architetto razionalista molto compromesso col regime fascista ma autorità indiscussa anche nel dopoguerra repubblicano. Valle, esaminando il progetto in qualità di componente della Commissione ministeriale per la ricostruzione, pretese un progetto di pregio. E così fu. Il campanile non è stato riproposto, ma solo per mera carenza di fondi. Le campane dell’antica San Biagio continuano invece ad assolvere la loro funzione, essendo state rimontate sul campanile del Duomo ricostruito nel 1970

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