Famiglia finisce in quarantena: non solo tamponi, una settimana di burocrazia per "tornare il libertà"

“Mi permetto di fare una proposta: non sarebbe più semplice utilizzare l'esito negativo del tampone come documento utile per il rientro in comunità?"

Circa una settimana di tempo tra il tampone negativo cosiddetto “di uscita dalla quarantena” e la possibilità reale di tornare liberamente e legalmente “in comunità” e quindi, per esempio, poter essere riammessi al lavoro o a scuola. Con l'aumento esponenziale dei tamponi, si dilatano sempre di più anche i tempi burocratici. L'Ausl da parte sua ha già spiegato che ciò dipende dal fatto che i tamponi sono triplicati nelle ultime settimane e attualmente si arriva a processarne trentamila alla settimana nelle 3 province romagnole, con picchi di seimila al giorno. Tamponi a cui corrisponde ovviamente una trafila amministrativa che sta mandando in affanno l'Ausl Romagna.

E in questo contesto c'è la vicenda di un'intera famiglia contagiata dal virus, che ha dovuto aspettare una settimana per essere “sbloccata”. Lo spiega una donna positiva, S.Z.: “Mi sento in dovere di raccontare la mia esperienza per la quarantena per Covid. Lo faccio per senso civico, affinché queste mie parole possano far riflettere chi sta gestendo il sistema. Sono in quarantena dal 2 novembre a causa di una forma sintomatica di Covid. Come previsto dalle normative, anche i miei figli e mio marito hanno dovuto effettuare il tampone e restare in isolamento fiduciario a partire già dal mio esame. Il loro tampone è stato eseguito solo il 6 novembre, con esito positivo anche per loro, sebbene asintomatici. Quindi,i n base alle regole generali, la loro quarantena è iniziata ufficialmente il 6 novembre”.

Quindi la protesta: “Il mio disappunto riguarda più che altro la gestione del tampone di "uscita". Sembrerà una banalità,ma non lo è! Mi spiego. Il tampone di uscita viene richiesto dal medico di base 10 giorni dopo aver fatto il primo tampone. L'Ausl quindi prende in carico la richiesta e dà appuntamento per svolgere l'esame, nella migliore delle ipotesi 2 giorni dopo la richiesta del medico. L'esito del tampone arriva come minimo 3, ad oggi anche 4 giorni dopo la sua effettuazione. In caso di ulteriore positività, ovviamente, si è costretti ancora a casa, ma - ed è questo che mi preme sottolineare - in caso di negatività si è obbligati ancora ad aspettare, finché l'Ausl non invia una mail di chiusura della pratica: ciò non avviene istantaneamente ma nell'arco di 2 o 3 giorni (questo mi è stato detto dell'Igiene Pubblica quando ho fatto la domanda). Solo a questo punto si è liberi di tornare in comunità”. 

Ed infine: “Se facciamo due calcoli rapidi partendo dal giorno della richiesta del medico di base, ci sono 2 giorni di attesa per effettuare il tampone + 4 giorni per l'esito + 2 (stiamo stretti) per essere liberati dall'AUSL. Risultato: minimo 8 giorni persi, obbligati in casa senza essere più in alcun modo un "pericolo" per la salute pubblica. È assurdo e piuttosto inaccettabile pensare di dover aspettare anche solo 24 ore dopo aver saputo di non essere più positivi. Soprattutto per i bambini. Faccio l'esempio dei miei figli: uno in prima e l'altro in quinta elementare, dopo aver già perso 15 giorni di scuola, si giocheranno probabilmente un'ulteriore settimana abbondante. Giorni della loro istruzione che non gli restituirà più nessuno,e questo a mio avviso è grave”. 

Quindi conclude la signora: “Mi permetto di fare una proposta: non sarebbe più semplice utilizzare l'esito negativo del tampone come documento utile per il rientro in comunità? Si consegna tale referto a datori di lavoro e dirigenti scolastici in attesa della mail di chiusura della pratica, che a quel punto verrà allegata come documento definitivo. Non mi sembra molto complesso! Poi, logicamente è assolutamente necessario che si trovi il modo di accelerare tutti i tempi, ma in questa sede ho voluto soffermarmi su una cosa davvero contro ogni logica”.

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