Alessandrini (Pd): "Cambiare gli stereotipi di genere"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ForlìToday

Ha ancora senso parlare di stereotipi di genere in una società in continuo e rapido cambiamento? Osservando i dati emersi dalla ricerca “Stereotipi di genere, relazioni educative e infanzie”, promossa dalla Regione Emilia-Romagna e realizzata dal Csge (Centro di studi sul genere e l’educazione del Dipartimento di Scienze dell’educazione), la risposta è sì.

Dalla ricerca, che ha raccolto tra il 2011 e il 2012 quasi 3 mila questionari rivolti alle famiglie e più di 500 somministrati a educatori e insegnanti, “emerge una visione articolata e complessa – spiega il consigliere regionale PD, Tiziano Alessandrini -, nella quale permangono ruoli di genere fortemente stereotipati accanto all’esigenza di cambiamento nell’educare al maschile e al femminile”.

Vediamo innanzitutto quali rappresentazioni di genere relative all’infanzia siano diffuse nei servizi e nelle scuole. Poco più del 31% del campione risulta abbastanza o molto d’accordo con il fatto che bambini e bambine preferiscano giocare con compagni/e dello stesso sesso. Oltre il 33% è concorde con  l’affermazione che esistano  giochi più adatti in base al sesso del bambino. Le percentuali si fanno molto più sensibili quando si chiede se le bambine preferiscano giochi di cura e i bambini giochi di lotta: nel primo caso è d’accordo oltre il 52% dei rispondenti e nel secondo caso quasi il 57%.

Risposte simili sono state date sulle attività preferite dalle bambine e dai bambini: gioco con le bambole (71,7%) e giochi di attività domestiche (40,4%) per le bambine; gioco con le macchine (76,8%), gioco  con  attrezzi del meccanico (72,4%) e giochi di movimento per i bambini (correre il 31.9% e giocare a pallone il 46%).

 

Per quanto riguarda invece le rappresentazioni di genere relative al ruolo paterno e materno, da un lato emerge un orientamento che richiama la figura dei “nuovi padri”, ovvero quei padri che diversamente dalla tradizione svolgono compiti di cura rispetto ai figli fin dalla loro nascita (l’accordo sul fatto che i padri debbano prendersi cura dei figli da subito è infatti quasi unanime all’interno  del campione), dall’altro permangono visioni ancora tradizionali circa il ruolo  paterno: il 73,9% è abbastanza e molto d’accordo nell’identificare i padri come simbolo dell’autorità morale e poco più dell’83% li vede come “breadwinner”, coloro che devono preoccuparsi del sostentamento della famiglia.

 

Le rappresentazioni attorno alla figura della donna-madre emerse rivelano invece una naturalizzazione di quelle differenze che sono state in realtà costruite culturalmente nella nostra società dal passato a oggi: oltre il 90% ritiene che l’amore materno sia un elemento legato all’istinto naturale. Anche il fatto che la donna si prenda cura della casa è interpretato dai più (78,3%) come un’inclinazione tutta al femminile. Ben il 14,1% infine è poco o per niente d’accordo con la scelta da parte delle madri con  figli piccoli di svolgere un’attività professionale.

 

“Per contrastare stereotipi e discriminazioni, bisogna promuovere un cambiamento culturale che può nascere solamente da un confronto di idee costante e aperto. La ricerca promossa dalla Regione è un ottimo punto di partenza – conclude Alessandrini -: da qua occorre infatti iniziare una riflessione tra istituzioni, famiglie ed educatori sull’educazione dei più piccoli e sulle relazioni tra bambini e bambine in famiglia e a scuola”.

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