Il sindaco di Dovadola, Zelli: "La crisi economica avvelena anche la tavola"

La crisi economica avvelena anche la tavola: questa considerazione sta diventando un vero e proprio grido d'allarme. Ha trovato eco anche nel recente simposio svolto a Ca' di Rico (Dovadola)

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ForlìToday

La crisi economica avvelena anche la tavola: questa considerazione sta diventando un vero e proprio grido d'allarme. Ha trovato eco anche nel recente simposio svolto a Ca' di Rico (Dovadola) sui problemi delle produzioni bio e su argomenti affini. Infatti la recessione che da diversi anni colpisce l'Europa e l'Italia ha costretto 6 famiglie su 10 a tagliare i consumi e nei primi tre mesi del 2013 le vendite di prodotti alimentari sono calate del 6,3 per cento. Fanno eccezione gli acquisti effettuati nei discount e nella distribuzione low cost, settori che sono cresciuti del 2,3 per cento, favoriti dall'esigenza di spendere sempre meno per mettere insieme il pranzo con la cena. Il guaio è che, contestualmente, sono aumentati del 26 per cento gli allerta per prodotti potenzialmente pericolosi per la salute di grandi e adolescenti, generi alimentari che arrivano per lo più da fuori dell'Unione europea e possono contenere sostanze non autorizzate o nocive. Chi li conosce e chi se lo può permettere li evita. Gli altri no. Così rischiano davvero grosso. Il campionario di cibi sospetti e contraffatti che sono esposti sugli scaffali di negozi e supermercati anima un vero e proprio circo degli errori, almeno dal punto di vista di un paese come il nostro dove la tradizione della cucina e della qualità è diffusissima su tutto il territorio nazionale. Gli esempi fanno andare molti bocconi per traverso. Sul circuito a basso costo si trovano nocciole e pistacchi dell'Anatolia portatori di muffe e aflatossine, tra le sostanze cancerogene più pericolose. Amaro anche il contatto con il miele, le cui importazioni dalla Cina sono aumentate del 38 per cento, diffondendo la minaccia di una contaminazione di organismi geneticamente modificati non autorizzati. Cosa che, mutando i fattori e non il risultato, può capitare anche con il riso. Talvolta il prezzo è troppo basso per essere vero. I pomodori cinesi costano molto meno dei nostri e nel 2012 ne abbiamo importate 85 milioni di tonnellate. L'Agenzia per la sicurezza alimentare dell'Unione europea ha riscontrato nel 41 per cento dei casi la presenza di pesticidi. Sull'aglio proveniente dell'Argentina sono stati trovati residui chimici nel 25 per cento dei campioni. Il pepe indiano è irregolare una volta su due e persino le pere slovene sono trattate con prodotti fuorilegge una volta su quattro.  Tutto materiale che probabilmente finisce nei sughi e nelle confezioni a prezzo stracciato. Come il succo di arancia: per la maggior parte proveniente dal Brasile, paese messo al bando dagli Stati Uniti perché negli agrumi erano presenti residui di antiparassitari vietati. E il nostro paese che ne pensa? Cosa fa? Se ne cura sicuramente poco pressato com'è da problemi economici e occupazionale più che allarmanti. È necessario invece riflettere: più che spendere poco bisogna saper spendere meglio, sfruttando il fattore chilometro zero e la filiera corta e cercando di approvvigionarsi, il più possibile, da produttori locali, quelli che vivono e operano quasi sotto casa. Così si ottiene un duplice vantaggio, più salute per il consumatore e maggior introito ai nostri contadini. In anni recenti lo Stato ha supportato le banche in modo considerevole, credo che sarebbe ora di farlo nei confronti di coloro che producono bene e in loco. Non un investimento filantropico, ma la fonte di un notevole risparmio sulla spesa sanitaria grazie ai risparmi su esami diagnostici, terapie farmacologiche e ricoveri negli ospedali. Quest'ultima voce ha oggi un costo giornaliero per ogni paziente pari a un hotel di lusso. Ce lo potremo permettere in prospettiva? Allora difendiamo i prodotti italiani, magari proteggendoli fiscalmente, e facciamo tanta educazione alimentare sia nelle scuole sia nei luoghi di lavoro, per fare una vera prevenzione. Costa poco, mentre curare costa veramente tanto.

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