Cronaca

Virus, Poletti: "Nelle strutture per anziani è una battaglia. Andrò personalmente"

Il pneumologo di fama internazionale e direttore di dipartimento dell'Ausl Romagna, ha risposto in diretta Facebook sulla pagina di Marco Di Maio alle domande degli utenti. E non nasconde la commozione

Provato in volto, ma determinato nel proseguire senza risparmio la lotta contro questo virus maledetto, il professor Venerino Poletti lunedì sera ha compiuto una lucida analisi di ciò che sta succedendo sul territorio colpito dall'emergenza coronavirus rispondendo alle domande degli utenti nel corso di una diretta Facebook con il deputato Marco Di Maio. "Mi preoccupa la situazione nelle strutture per anziani - ha detto - Sarà una battaglia complicata quella del contenere le infezioni in queste comunità. Andrò personalmente a verificare cosa succede". E poi ammette che "al confronto con altre zone d'Italia siamo fortunati: a volte quando termino le telefonate con colleghi di Bergamo o Brescia, mi commuovo per la situazione che stanno vivendo".

Come considera l'andamento dei casi in Romagna?
E' differenziato da provincia a provincia, con alcune che hanno attraversato un periodo molto duro come Piacenza, Parma e Rimini. C'è una riduzione dei ricoveri, anche nei reparti di terapia intensiva. I casi non aumentano ancora in media del 3,2% rispetto al giorno precedente, quindi non siamo ancora sicuri di essere arrivati al picco. Siamo in una fase di plateau e non non discesa evidente. Quindi l'invito è a seguire le norme richieste dalle autorità, mantenendo quindi il distanziamento sociale.

La lettura dei dati pare disegnare un'area specifica che coincide con quella con uno sviluppo industriale maggiore. C'è una relazione tra inquinamento e picchi di diffusione del virus?
E' un'ipotesi che è stata formulata, ma è molto più semplice considerare che l'epidemie seguono le merci, proprio come accadde con la peste. Laddove ci sono molti scambi dovuti alle attività industriali, commerciali o alla densità della popolazione è evidente che in quelle aree la diffusione del virus sia molto più favorita.

Il virus è più aggressivo nei pazienti fumatori?
E' una domanda interessate. Tra le patologie pre-esistenti, che si associano ad aumento della mortalità dovuto all'infezione da coronavirus sars-cov-2, vi è l'alterazione dei polmoni per il fumo. Però stiamo osservando che la maggioranza che hanno la malattia sono non fumatori. Quindi non siamo così sicuri che il fumo sia così dannoso per l'acquisizione della malattia. Sono molto prudente nel dire questo, perchè è uno studio in corso, che sta cercando di valutare se l'incidenza dei fumatori è più alta o più bassa in coloro che acquisiscono il virus. I primi dati del tutto non definitivi fanno pensare che forse coloro che acquisiscono la malattia sono più frequentemente non fumatori.

E sui pazienti che abitualmente consumano alcolici?
Non ci sono dati specifici. Ma è chiaro che un paziente che ha una patologia cronica ed epatica il polmone può essere un organo debole nei confronti del virus.

Quante sono le persone ricoverate e com'è la situazione nei reparti da lei seguiti?
Siamo stati fortunati, anche rispetto a situazioni a noi limitrofe come quella del Riminese. L'onda non è stata particolarmente alta, ma ci ha richiesto di cambiare radicalmente l'organizzazione dell'ospedale. Siamo stati in grado ad non avere una situazione d'emergenza, ovvero tipo quella accaduta nella bergamasca e bresciano con più di 40 accessi al giorno con polmoniti gravi. La situazione è complessa, ma non è ancora con le caratteristiche dell'emergenza o dell'incapacità di affrontare tutte le richieste.

La durata media di ricovero?
Purtroppo dura abbastanza. In media sono due settimane se non tre, perchè la malattia è complicata con aspetti variegati. Il 65% di questi pazienti non hanno bisogno di ricovero. O sono asintomatici o li hanno lievi da poter stare a casa. Quelli che vengono ricoverati hanno problemi respiratori gravi e stanchezza. I sintomi regrediscono in due settimane. Il ricovero così lungo non permette un ricambio di letti efficaci.

L'età media?
E' sopra i 60-65 anni, anche se abbiamo avuto molti casi anche in giovane età. Molti di quelli che vanno peggio hanno patologie pre-esistenti, ma non è detto che il virus non sia stato la causa di morti. Il virus ha un ruolo importante sulle aspettative di vita. Non è una semplice influenza.

Come mai il virus ha un'incidenza maggiore tra gli uomini?
Non si sa bene questo. Il virus per entrare nelle cellule del polmone usa ricettori particolari, che sono delle proteine, e si pensava che fossero più espresse nel tessuto polmonare dei maschi, ma la cosa non sembra essere del tutto vera. Ci sono delle ipotesi che gli ormoni possano avere un ruolo, ma questo risulta molto più complesso. Sostanzialmente non si sa ancora perchè colpisca più i maschi delle femmine.

Con quali farmaci state combattendo il virus?
Abbiamo un incontro scientifico due volte alla settimana con chi si occupa del virus, con gli internisti, gli infettivologi, il personale della Terapia Intensiva, della Cardiologia, della Radiologia e Medicina Interna. Abbiamo discusso che fino ad oggi, proprio perchè la malattia è stata improvvisa e prepotente, non sono stati fatti studi scientifici molto accurati. Servono test clinici per capire l'efficacia dei farmaci. Ci sono alcuni farmaci che noi adottiamo pensando che funzionino.

Quali sono?
Sono gli antivirali, compresa l'idrossiclorochina, ed altri antivirali usati in genere per infezioni da Hiv. Sono farmaci che vanno ad incidere sull'immunità del soggetto. Abbiamo capito che questo virus ha due fasi. La prima, che dura in genere sette giorni, con una proliferazione del virus. Poi c'è una seconda fase, definita tempesta immunologica, durante la quale molti organismi reagiscono producendo molte sostanze che producono infiammazioni. Nella prima fase si utilizzano molti farmaci antivirali anche a domicilio, così abbiamo casi meno gravi in caso di eventuale ricovero in ospedale. Nella seconda fase vengono somministrati farmaci immuni-modulatori così come il cortisone, Tocilizumab e l'eparina. Direi che dal punto di vista della terapia abbiamo affinato le armi. Mancano ancora studi definitivi su quale sia il farmaco migliore. Tra l'altro spero che venga in breve termine trovato un vaccino o un farmaco specifico per impedire la replicazione del coronavirus.

Sperimentate anche farmaci antimalarici?
Li utilizziamo, ma siamo prudenti nel considerare come risolutivi della malattia perchè sostanzialmente non lo sono ancora.

Sono previsti nuovi posti letto?
C'è un approccio a fisarmonica. Abbiamo un piano che prevede un aumenti letti, sperando però di non utilizzarli.

Sul fronte dispositivi di protezione individuale vi sono criticità?
Dal 23 febbraio ho fatto adottare a tutto il personale sanitario ed anche i pazienti la mascherina chirurgica. Dato che l'infezione si diffonde attraverso le goccioline che produciamo, è chiaro che due barriere, anche di moderata capacità, sono meglio di niente. Ho consigliato alla persone di avere una protezione. Il Servizio Sanitario Nazionale è stato sommerso di richieste e non eravamo pronti ad una cosa del genere. Adesso di dispositivi di protezione stanno arrivando. Prima vanno difesi i sanitari, coloro che assistono. Se si ammalano i sanitari non c'è chi cura la gente. Abbiamo avuto tra le vittime 87 medici e 30 infermieri. Non sono eroi, ma morti sul lavoro.

Un problema grande sono i focolai nelle case di riposo, con numerosi anziani contagiati...
Si tratta di comunità chiuse e la possibilità di contenere le infezioni all'interno, se compare un caso positivo, è molto difficile. Queste raccolgono le persone più fragili, quelle che ne risentono maggiormente. E' un problema doppio. Sarà una battaglia complicata quella del contenere le infezioni in queste comunità.

Che tipo d'attività sta svolgendo? C'è un'azione particolare dell'Ausl in accordo con i Comuni?
C'è un impegno molto importante dell'Ausl. Sia con i medici di famiglia che con la medicina territoriale si è messo in piedi un percorso. Ad esempio io andrò in queste case di cure per confrontarmi con il personale medico e controllare i pazienti. C'è un grosso impegno per contenere la diffusione sia dentro la struttura che tra i familiari delle persone ricoverate. Poi c'è l'impegno che questi pazienti vengano trattati al massimo della possibilità, consapevoli che in una persona anziana, con un equilibrio instabile, basta poco per creare un danno repentino e grave.

Medici e infermieri affrontano tutti i giorni un nemico invisibile, anche con turni di lavoro più pesanti. Come si sostiene tutto questo peso?
Chi lavora con me ha dato segno di grande impegno e partecipazione e sono orgoglioso del gruppo che ho. E' il gruppo che dà onore alla struttura. E' un periodo po' difficile. Non ci sono sabati e domeniche da oltre un mese. Io vivo in isolamento totale e non vedo più nessuno da un mese dei miei familiari, compreso mio figlio impegnato anche lui in questo campo a Milano. E' una cosa molto complicata. Speriamo che finisca presto. Non so per quanto tempo possiamo continuare a sostenere questi ritmi. Qui siamo ancora fortunati rispetto ad altre aree, perchè a Brescia, Piacenza e Bergamo vivono o hanno vissuto situazioni molto più complicate. Sento colleghi e al termine della telefonata mi commuovo.

Come si riesce a convivere con la paura?
All'inizio è molta grande, poi ci si fa quasi l'abitudine e ci si convive. E' chiaro che si cerca di essere prudenti e quando si è stanchi bisogna stare più attenti, perchè questa prudenza tende a svenire. Ma la paura è meno presente rispetto che all'inizio, anche se è chiaro che c'è.

Che rapporto si instaura tra voi ed i pazienti?
E' un rapporto che si costruisce molto con gli infermieri, che hanno un ruolo molto importante. E' l'unico contatto che consente anche un contatto con i parenti. E' un ruolo doppio, importante e difficili. Si vivono situazioni che impegnano molto dal punto di vista emotivo. Bisogna tenere la barra al centro, anche se l'emotività potrebbe prendere il sopravvento. Ed è il ruolo anche che viene mantenuto con i parenti. Grazie alle donazioni di dispositivi tecnologici i pazienti possono avere contatti con familiari e amici.

Di cosa c'è più bisogno in questo momento per sostenere il vostro sforzo?
Abbiamo avuto dispositivi di protezione indivuale, strumenti di comunicazione tra pazienti e parenti, ecografi e ventilatori. Credo che queste cose si possono replicare. Di dispositivi di protezione ne abbiamo, ma non sono mai abbastanza. E strumenti di ventilazioni possono risultare utili.

Sperando di trovare una nuova normalità, ci può essere una seconda ondata di casi in futuro?
E' possibile. Usciremo dal problema una volta trovato un vaccino o una medicina che sia in grado di combattere la malattia. Con le pressioni attuale forse in un anno troveremo un vaccino.

E' possibile una graduale riapertura delle attività in tempi brevi?
Se fossimo in grado di vivere ad una distanza costante di almeno tre metri potremmo fare tutto ciò che vogliamo, tenendo conto però che le superfici con le quali andiamo in contatto andrebbero pulite sempre. Questo pare quasi impossibile. Penso che il ritorno alla normalità sarà molto avanti nel tempo. La convivenza col virus sarà possibile, ma dipende dagli stili di vita che adottiamo. Nel Nord Europa la diffusione del virus è stata inferiore perchè i contatti familiari sono meno frequenti. Lo stile di vita Mediterraneo è un altro, basato molto sul contatto. Dovremo cambiare molto delle nostre abitudini familiari e sociali.

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Virus, Poletti: "Nelle strutture per anziani è una battaglia. Andrò personalmente"

ForlìToday è in caricamento